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Protected: Paul Jackson Jr: The master of rhythm guitar drives a song by Daft Punk

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mathematics, philosophy

Semplicemente, il piacere di giocare con la matematica (e la logica)

Non sono un matematico e non conosco tanta matematica. Non sono nemmeno particolarmente veloce a fare i calcoli e conosco le tabelline così così. Ma la matematica mi piace molto. E, appena posso, cerco di impararne un po’ di più. Oppure di ri-imparare ciò che già sapevo, dato che ho una memoria diciamo, capricciosa. Ogni tanto mi piace anche provare a risolvere quiz matematici.

Internet è piena di quiz matematici. Alcuni sono facili, altri difficili, altri irrisolvibili! Infatti, alcuni quiz sono semplicemente riportati male. Per esempio, ce n’è uno che sarebbe stato proposto a Singapore a bambini fra i 5 e i 7 anni. Ma il matematico Alex Bellos ha scoperto che c’era un “problema nel problema”, e ha modificato il quiz in modo che avesse senso (in effetti, non c’è arrivato proprio da solo: conosceva già la versione sensata del quiz!).

L’immagine che vedi sopra è quella corretta (quella sbagliata, che rendeva il quiz irrisolvibile, aveva un 2 al posto del 20): in ognuno dei quattro settori in cui è stato diviso il cerchio grande c’è un numero a due cifre. Ora, questo numero deve essere uguale alla somma dei tre numeri da inserire nei cerchi piccoli ai tre angoli di ogni settore. I numeri da inserire nei cerchi piccoli possono essere solo i numeri da 1 a 9. Il numero nel cerchio piccolo al centro è già stato inserito. Trova i numeri che mancano.

Come si risolve questo quiz? Un modo è andare per tentativi, come spesso si fa per i sudoku. Io odio i sudoku. Che divertimento c’è? Che razza di matematica è? La soluzione a un problema matematico dovrebbe essere il risultato di un ragionamento deduttivo, non di prove induttive (è vero che anche i sudoku si possono risolvere attraverso procedimenti deduttivi; ma di solito si tratterebbe di seguire algoritmi piuttosto lunghi e dunque, nei fatti, la gente prova numeri più o meno a caso, con gomma e matita. Oppure usa un mix di ragionamento e tentativi. È una questione di gusti: io lo trovo noiosissimo).

Dunque vediamo di trovare un modo davvero matematico di risolvere questo quiz. La prima cosa che ho fatto è stata assegnare una lettera a ogni cerchio piccolo: A, B, C, e D. (Si può anche assegnare a ogni cerchio un punto cardinale: è ancora più semplice e infatti Bellos ha fatto così. Ma la sostanza non cambia.)

A questo punto, accanto a ogni lettera identificativa ho scritto tutti i numeri ammessi. Così:

A: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, o 9
B: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, o 9
C: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, o 9
D: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, o 9

Adesso mi sono chiesto: dato il cerchio X (dove X è una lettera fra A e D), quali fra i numeri ammessi sono anche buoni (o unici) candidati? Man mano che li trovavo, cancellavo i numeri da escludere.

Per esempio, quali numeri potrei inserire nel cerchio A? Certamente 1, 2, 3, 4, 5 o 6. Invece non posso inserire 7, 8, o 9. Infatti, 7 + 3 = 10. Ma allora sarei già arrivato alla somma indicata nel settore in alto a destra, eppure mi mancherebbe ancora un numero da inserire nel cerchio B. (A maggior ragione, non posso inserire né 8 né 9. 8 + 3 = 11. Sballato! 9 + 3 = 12. Sballato!)

Ora, quali numeri potrei inserire nel cerchio B? Dato che questo cerchio svolge lo stesso ruolo di A per determinare la somma 10, evidentemente posso inserirci esattamente gli stessi numeri che posso inserire in A (1, 2, 3, 4, 5, o 6).

Che dire di C? Adesso diventa più facile: sembra che potrei inserire solo 8 o 9. Infatti, ogni altro numero non mi permetterebbe di completare la somma contenuta nell’ultimo settore, cioè 20. (7 + 3 = 10, ma allora in D dovrei inserire 10. 6 + 3 = 9, ma allora in D dovrei inserire 11. Sballo sempre.) Però, a ben vedere, non posso inserire 9 in C. Infatti, allora in D dovrei necessariamente inserire 8. Ma allora in A dovrei necessariamente inserire 7. Ma questo è in contraddizione con ciò che ho già stabilito (A = 1, 2, 3, 4, 5, o 6). Dunque in C devo mettere 8.

Ma allora in D devo mettere 9.

Ma allora in A devo mettere 6. E dunque in B devo mettere 1.

Ecco, nessun trial and error: solo un ragionamento deduttivo diviso in passi. Non ci ho messo tanto a trovare la soluzione (perché in effetti c’è una sola soluzione). Ciò che ho fatto è stato rilassarmi e fidarmi delle mie capacità logiche. Per fortuna il quiz non era tanto difficile. Se lo fosse stato, oltre che di fiducia avrei avuto bisogno anche di tempo, e non è detto che avrei trovato la soluzione. Ed è ciò che all’università gli studenti di matematica imparano presto.

Devo precisare un’ultima cosa: il procedimento logico che ho esposto è in effetti una ricostruzione a posteriori del mio flusso mentale. Non ho barato, ma mi rendo conto che la successione delle idee che hanno attraversato la mia mente non corrisponde esattamente alla successione che ho esposto. Non è facile dire le differenze specifiche, ma credo che il mio flusso mentale effettivo fosse più confuso: le idee emergevano, e qualcosa di simile a una “facoltà di controllo” le paragonava muovendosi in maniera non lineare dall’una all’altra. Una volta che mi è sembrato di aver trovato la soluzione (ed era facile verificarlo perché la matematica che sta alla base del quiz è davvero elementare), ho cercato di ricostruire in tutta sincerità la logica del mio ragionamento.

Questa differenza fra flusso reale e flusso logico è molto affascinante e, se non è solo qualcosa che caratterizza il mio modo di ragionare, se in particolare è qualcosa che ha notato anche chi fa matematica regolarmente e professionalmente, allora credo che potrebbe dirci qualcosa di interessante su come funziona la produzione effettiva della matematica (e magari anche su come insegnare alle macchine a provare teoremi). Forse dopotutto è in gioco anche una forma di trial and error?

(Mi rimane un dubbio: anche se il quiz fosse stato proposto correttamente, è davvero un quiz adatto a bambini fra i 5 e i 7 anni? Non ho davvero le competenze per dirlo. Tu che ne pensi?)

philosophy, science, society, technology

La società della condivisione e il mito degli strumenti di marketing “hard”

Preferiresti vincere un’automobile da 100 mila euro o un soggiorno di un anno in USA?

A parte stabilire se effettivamente un soggiorno di un anno negli USA potrebbe arrivare a costare 100 mila euro (probabilmente no, ma dipende da quanto ti sposti, da dove vai a vivere, ecc., e quindi dal tipo di esperienze che potresti fare), credo che gran parte delle persone preferirebbe comunque vincere un’automobile.

Il possesso immediato di un oggetto tangibile, utile e prestigioso, è generalmente un’attrattiva maggiore di un’esperienza aperta e poco definibile a priori in termini di utilità e vantaggi effettivi. Eppure, se ci soffermiamo un attimo a confrontare il mare di opportunità rappresentato da vivere gratis negli USA per un anno con l’iniezione di status e autostima rappresentata dal possesso della super car, credo che certe tendenze diffuse rivelino ormai una certa ottusità.

Non è solo una questione di cultura e di morale. Credo invece che preferire ciò che è immediato e concreto a ciò che è distribuito nel tempo e vago sia una tendenza antica e naturale. Un prodotto dell’evoluzione che finora si è rivelato per lo più vantaggioso.

Ma in un mondo sempre più dinamico e in un’economia sempre più basata sui servizi, questa tendenza ha sempre meno vantaggi. Andiamo verso una società caratterizzata da sempre meno possesso e da sempre più condivisione. È una novità assoluta, sollecitata in maniera importante da Internet e dalla vita online; una svolta rispetto alla direzione principale che la storia aveva preso, almeno in Occidente (capitalismo dell’accumulo).

Possiamo criticare i social network per aver supportato certe abitudini di vita decisamente sciocche. Ma non dobbiamo dimenticarci che gli stessi social sono diventati delle impressionanti masse di attrazione sociale, politica ed economica. Oltre che da adolescenti o da adulti poco cresciuti, i social sono usati anche da tutti i grandi attori della società moderna: grandi giornali, istituzioni, corporation, autorità e personaggi pubblici in ogni settore. E poi ci sono tante persone che offrono e cercano una comunicazione di maggior spessore. Sempre di più, i social network sono usati anche da aziende medie e piccole e da professionisti.

Oggi la tendenza dominante è usare i social come strumenti di evasione, ma non è detto che sarà sempre così. Forse in pochi anni o decenni i social network evolveranno in piattaforme in cui accadono anche cose più “serie”, più determinanti rispetto alle abitudini di vita quotidiane e alle esigenze del lavoro. O forse scompariranno, e al loro posto nasceranno luoghi virtuali più coinvolgenti, a cui saremo collegati costantemente attraverso interfaccia corpo-macchina. È difficile prevedere il futuro, ma credo che una volta che un bisogno è stato innescato, e che miliardi di dollari sono stati investiti per sostenere questo bisogno e guidarlo verso forme sempre più mature e complesse, sia difficile tornare indietro.

Secondo uno studio recente, fra poco più di dieci anni le strade Americane saranno invase da veicoli elettrici autonomi (cioè con autopilota) che le persone non possiederanno, ma che prenderanno a noleggio a basso costo o addirittura condivideranno con altre persone quasi gratuitamente. I veicoli privati saranno usati pochissimo (meno del 5% dei casi), e il risparmio della trasformazione da automobilista proprietario a passeggero è stimato in circa 1 triliardo di dollari all’anno (5.600 dollari a persona), un’infusione di denaro nelle tasche dei consumatori che non sembra avere precedenti paragonabili. Ci sono dati solidi che tracciano l’alta probabilità di un percorso fortemente accelerato verso il dis-possesso e la condivisione massiccia di beni e servizi. Tutto ciò significa che dovremmo smetterla di pensare troppo agli oggetti e dovremmo iniziare a pensare di più alle esperienze.

In accademia, si parla a volte di “hard sciences” e di “soft sciences”. Le prime sono la fisica, la chimica e, sempre di più, la biologia. Sono le cosiddette scienze naturali. Le seconde sono l’economia, la politica, la sociologia, la psicologia, la storia, ecc. Si tratta delle cosiddette scienze umane o sociali.

Entrambe producono conoscenze, ma le scienze dure sono come le fondamenta di tutto, su cui le scienze morbide possono svilupparsi. Sembrerebbe una distinzione di valore, e spesso è interpretata proprio così (anche da specialisti un po’ troppo campanilisti). Ma in realtà è una distinzione di ruolo. E non è al livello delle scienze dure, ma al livello delle scienze morbide che accadono i fatti più importanti per la vita di miliardi di persone. Certo, non potremo mai fare a meno delle conoscenze “hard”, perché sorreggono tutto. Ma sempre più denaro e interesse si stanno spostando verso le conoscenze “soft”.

La comunicazione e il marketing sono discipline massimamente soft, perché riguardano soprattutto la vita dei bisogni sociali, non quella dei bisogni vitali. Andiamo, lentamente ma con decisione, verso un mondo caratterizzato da più benessere, cioè dal soddisfacimento sempre più completo dei bisogni vitali essenziali. Perciò i bisogni sociali sono sempre più al centro dei desideri delle persone. E la tendenza, come accennavo, è verso un soddisfacimento di tali bisogni (per esempio i trasporti) a basso costo. Tutto ciò di cui non si riuscirà ad abbattere sufficientemente i costi di produzione e di gestione (generalmente, gli oggetti duri privati) sarà sostituito da ciò che diventerà sempre più accessibile grazie alle potenti forze sociali della condivisione e del cambiamento veloce (generalmente, i servizi morbidi pubblici o comunque condivisi). Inevitabilmente, ci sarà sempre più bisogno di comunicazione e di marketing, per diffondere i servizi in tempo reale in un mercato sempre più competitivo e di qualità.

Ma, nonostante la comunicazione e il marketing siano soft per natura, molti imprenditori (specialmente medi e piccoli) preferiscono ancora investire soprattutto in strumenti relativamente hard, cioè strumenti che possono sentire di possedere e in cui possono vedere riflessa immediatamente l’identità del loro brand. Per fare qualche esempio notevole: il sito web, compreso di una SEO potente; il logo e le grafiche; i video; in certi casi anche le app. In generale, le aziende sono meno disposte a investire in strumenti morbidi, che tipicamente si possono controllare solo in parte. Ecco una lista: i social, gli ad online, il listening, le digital PR, i blog, le newsletter, i contenuti testuali, le consulenze, i brainstorming, la definizione o ri-definizione della brand identity, la costruzione o ri-costruzione della brand awareness, il training, i report analitici e i briefing periodici.

La tendenza a preferire strumenti hard sembra dipendere soprattutto dal fatto che il marketing soft è meno appagante nel breve periodo, è meno controllabile dall’interno dell’azienda e, soprattutto, non produce confortanti e statici oggetti duri privati, ma impegnativi e dinamici servizi morbidi altamente dipendenti dalla condivisione.

Insomma, le preferenze di molte aziende verso la comunicazione e il marketing sembrano dipendere in fondo da istanze narcisistiche non troppo diverse da quelle che spingono molte persone a preferire una super car a un anno in USA. Credo che sia un atteggiamento da superare.

Eppure ciò che alla percezione comune non specialistica sembra duro, compiuto, posseduto totalmente e una volta per tutte, è in realtà non meno morbido, incompiuto, e posseduto solo in parte o temporaneamente, di ciò che è già tradizionalmente riconosciuto come morbido. Il sito va gestito, aggiornato e modificato nel tempo; i criteri della SEO cambiano in continuazione e sono sempre più tarati sul livello micro-geografico o addirittura sui singoli individui (!); la grafica e i loghi vanno aggiornati e adattati ai contesti; i video vanno distribuiti sui diversi canali; le app vanno promosse e, come tutti i software, diventano presto obsolete e vanno aggiornate. Le super car rivelano la loro vera faccia di normali utilitarie che hanno bisogno di carburante e del meccanico…

La parola d’ordine quando si investe in comunicazione e marketing (non meno che in ogni altro settore) è “sostenibilità”. Ciò è vero più che mai, perché il ritmo con cui il futuro diventa presente e il presente diventa passato è sempre più veloce. Date le tendenze della società e del mercato (ampliamento della vita online, o ibrida online-offline, rispetto alla vita solo offline; economia della condivisione a basso costo; aumento del benessere e crescente importanza di servizi che soddisfano bisogni di vita sociale; mercato sempre più esteso, dinamico e competitivo; ecc.), l’implementazione di una strategia di comunicazione e marketing digitali progressiva e aperta è sempre meno un’opzione e sempre più una necessità.

La stessa strategia di comunicazione e marketing si dovrebbe basare sulla con-divisione dei ruoli e delle competenze fra specialisti diversi, meglio se esterni all’azienda anche se in contatto costante con essa (ecco un altro aspetto dell’economia della condivisione). Investire in un sito web, per esempio, e poi provare a gestirlo direttamente o a darlo in gestione a personale generalista o sottopagato, non è quasi mai una buona idea. Il tempo e le competenze per farlo verranno a mancare prima di quanto si potrebbe pensare. Insomma, gli strumenti hard non sono per niente hard! Sono altrettanto soft degli strumenti soft, e hanno bisogno di cure continue, pena la loro trasformazione veloce in relitti digitali.

Invece che a oggetti privati monolitici dovremmo pensare a servizi condivisi, da costruire in maniera modulare e da rendere sempre più solidi attraverso un costante adattamento all’ambiente. Ci vuole prudenza, ma anche decisione e tempestività. Come dice l’ormai vecchio adagio, “se non esisti online, non esisti e basta.” La comunicazione e il marketing non sono più semplicemente mezzi di promozione: sono elementi fondamentali d’identità. E l’identità digitale è molto più fluida dell’identità fisica. Oltretutto questa è una forza, non una debolezza, perché esprime sostenibilità al cambiamento accelerato inevitabile, e dunque una vita più lunga e soddisfacente. Perciò, dimentichiamoci delle super car digitali (non esistono) e investiamo di più senza paura in viaggi digitali da condividere, sostenibili e aperti verso il futuro. Se saremo bravi a farlo, saremo riconosciuti e continueremo ad attirare l’interesse per lungo tempo.

(La condivisione è un aspetto centrale della vita moderna, e si manifesta in modi diversi. Se ti interessa approfondire l’argomento, in questo post su The Hub of Taste ho parlato della condivisione dei contenuti sui social network.)

geography

In treno in Sardegna? Sì, si può!

stazione_arst_macomer

Viaggiare in Sardegna significa quasi sempre usare l’automobile. La seconda opzione è il bus, usato soprattutto da chi generalmente non ha la macchina (studenti, giovani, donne, anziani). Tuttavia, le strade sarde sono di solito poco scorrevoli. La velocità massima nell’isola è 90 km/h, perché anche le cosiddette “superstrade” hanno spesso fondi che a velocità medio-alte sono poco sicuri.

Non che i sardi se ne preoccupino troppo, visto che quasi nessuno rispetta i limiti di velocità. Come accade un po’ dappertutto, anche troppi automobilisti sardi guidano in maniera ansiosa, e proprio non riescono a tenersi entro i limiti di velocità. Il risultato è che mettono in pericolo gli altri e sé stessi in cambio di qualche minuto in meno di viaggio.

Generalmente i bus rispettano i limiti, ma gran parte dei collegamenti sono tenuti all’essenziale: le corse sono poche e poco distribuite nella giornata, e non è raro dover fare cambi intermedi.

In Sardegna, il treno non fa parte dei mezzi di spostamento comuni. Gran parte dei sardi ha una conoscenza vaga delle linee ferroviarie presenti nella regione, e credo che non siano poche le persone che addirittura non sanno che anche in Sardegna ci sono i treni. Certo, non possiamo biasimarle, perché in effetti anche il trasporto su rotaie è poco diffuso sull’isola. La mappa qui sotto mostra l’estensione delle linee ferroviarie sarde.

La mappa mostra anche i cosiddetti Trenini Verdi. Queste sono vecchie linee tenute aperte a scopi quasi solamente turistici. Si snodano fra paesaggi suggestivi, ma generalmente non sono usate al posto dei mezzi su gomma, perché seguono vie tortuose a bassa velocità.

Molte aree sono dunque praticamente prive di collegamenti ferroviari. Per esempio, guardando la mappa è evidente il vuoto nel centro-est dell’isola. La linea da Macomer a Nuoro ricorda le antiche strade militari romane, che penetravano parzialmente in territori quasi sconosciuti e ostili. Ma, se non si considera la linea Verde che collega Sorgono a Mandas e poi ad Arbatax, il vuoto si estende in realtà fino a Cagliari.

La mappa delle ferrovie sarde delinea i confini di una divisione ancestrale. A ovest la Romània, colonizzata e “civilizzata” prima dai Fenici e poi appunto dai Romani, e a est la Barbaria, terra di tribù primitive che include la più piccola Barbagia senza limitarsi a essa, perché si estende addirittura da Olbia al Gerrei.

La linea Macomer-Nuoro, realizzata fra il 1888 e il 1889, fa parte delle strade ferrate sarde a scartamento ridotto, linee strette su cui i treni moderni di Trenitalia non possono viaggiare. Al loro posto ci sono spesso, come in questo caso, le cosiddette littorine, cioè trenini composti semplicemente da un’automotrice diesel che incorpora un unico vagone passeggeri.

È un giorno di fine inverno, e decido di andare da Nuoro a Cagliari in treno. Senza mezzi termini: è una cosa che non fa nessuno. Bisogna cambiare a Macomer, dove si prende il regionale di Trenitalia fino a Cagliari. Da Nuoro a Macomer (60 km) ci vuole circa un’ora e dieci minuti. Da Macomer a Cagliari (154 km), un’ora e mezza. Circa tre ore in tutto dunque, considerando il tempo per la coincidenza a Macomer (in media 10 minuti di attesa).

Google Maps dice che in macchina ci vuole invece un’ora e cinquanta minuti: evidentemente nemmeno Maps tiene conto dei limiti di velocità, dato che la distanza stradale totale da Nuoro a Cagliari è di circa 180 km (dunque, anche supponendo di andare sempre a 90 km/h, ci vorrebbero non meno di due ore).

Probabilmente il sardo medio pensa che tre ore di viaggio per andare da Nuoro a Cagliari siano un’eternità che non ha senso affrontare. Inoltre ci sarà certamente chi fissa degli impegni per la mattina presto. In questo caso, il treno è escluso, perché le coincidenze non permettono di arrivare a Cagliari prima dell’ora di pranzo.

Ma se l’arrivo a metà giornata o nel primo pomeriggio non è un problema, allora l’opzione treno diventa buona. Il viaggio in treno, compreso il tratto in littorina, è riposante: puoi dormire, leggere, ascoltare musica o semplicemente goderti il paesaggio in tutta sicurezza. Le campagne da Nuoro a Macomer sono così belle che è strano che il percorso non faccia parte dei Trenini Verdi. Il panorama rimane bello anche per un tratto della Macomer-Cagliari, almeno fino ad Abbasanta. Dopo diventa più monotono, dato che le colline boscose lasciano il posto al piatto Campidano. Se vuoi, puoi anche passare il tempo lavorando al computer (i treni di Trenitalia hanno anche le prese elettriche). Particolare importante: a differenza dei bus sardi, non tanto più veloci, in treno c’è la toilette! Infine, arrivi direttamente al centro di Cagliari, e non devi pensare al parcheggio o alle zone a traffico limitato. Ti consiglio di fare una prova, magari in un fine settimana. Potrebbe piacerti come è piaciuto a me.

Vorrei raccontare solo la prima parte del viaggio, da Nuoro a Macomer. È certamente la parte più interessante, per la suggestione del mezzo di trasporto e della parte di Sardegna che si attraversa. A Macomer, come dicevo, si prende un treno regionale veloce, moderno e comodo, con più passeggeri e che passa per aree più popolate e dal paesaggio meno bello. Questa seconda parte del viaggio è dunque un’esperienza più normale. In realtà, l’ho passata un po’ distratto, ripercorrendo nella mente le sensazioni uniche che avevo vissuto durante la prima parte.

La stazione di Nuoro è piccola, ma è stata ristrutturata da poco. In realtà, la littorina stona proprio perché invece sembra vecchia di alcuni decenni. L’unica nota di “modernità” del trenino sono i graffiti che lo ricoprono. Partiamo perfettamente in orario e, nonostante la stazione sia vicina al centro, ci ritroviamo presto in campagna.

La littorina procede lentamente seguendo il percorso che circumnaviga a metà costa la ripida collina di Ugolio. C’è subito un panorama spettacolare che spazia vasto dalle sottostanti campagne di Marreri a Mont’Albo, lontano circa 20 km. Ogni tanto sul bordo della strada ferrata incontriamo delle casette di servizio diroccate, ricordo di tempi in cui la linea doveva essere più importante e frequentata. In effetti siamo solo in tre passeggeri sul treno: la mia compagna, io e un ragazzo, forse uno studente che torna a casa per il fine settimana.

Sono proprio gli studenti i passeggeri regolari più numerosi sulla tratta Nuoro-Macomer: ragazzi che vivono nei paesi circostanti e che vanno a scuola in uno dei due centri principali della zona. Oggi però il treno è quasi vuoto, forse perché è sabato e sono passate le 10 del mattino. Sul treno ci sono anche un controllore dall’aria silenziosa e, chiaramente, il pilota. (A proposito, sono rimasto abbastanza sorpreso dal fatto che, sia all’andata sia al ritorno, solo su questa tratta secondaria ci hanno controllato i biglietti. Niente controllo invece sulla tratta Macomer-Cagliari.)

La prima stazione è Prato Sardo, che non è altro che la zona industriale di Nuoro. Qui sale una ragazzina dall’aria un po’ spaurita, quasi certamente anche lei una studentessa. (In effetti, ho poi scoperto che a pochi metri da questa stazione c’è una scuola superiore.)

Il treno attraversa tranquillo le campagne ondulate a ovest di Nuoro. È un susseguirsi di prati pietrosi, ruscelli, pascoli e antichi boschi radi di alberi e arbusti, fra cui anche tante querce da sughero. La presenza umana si limita a poche case coloniche, fattorie e ovili, ai muretti a secco che delimitano i poderi, e ai greggi di pecore e di vacche. Il sole splende creando i quattro colori che dominano il paesaggio: il blu del cielo, il bianco delle nuvole veloci, le diverse sfumature di verde della vegetazione, e il bianco-grigio delle rocce.

campagne_ovest_nuoro

Dopo venti minuti arriviamo alla stazione di Oniferi. Questa, come capita a gran parte delle fermate lungo la linea, è piuttosto distante dal paese. Ma presso la stazione è fermo un bus che garantisce il trasferimento dei passeggeri.

Riprendiamo il viaggio attraverso le magiche campagne della Sardegna centrale. Penso che sono perfette come scenario di una storia ambientata nell’epoca vittoriana, e quasi mi sorprendo di non vedere emergere fra gli alberi contorti un’antica villa di campagna inglese. Al suo posto, i resti di altre casette di servizio abbandonate.

Passiamo la stazione di Orotelli e, verso le 10:45, raggiungiamo le due stazioni vicine di Iscra e di Tirso. Da qui partiva originariamente una linea che andava a nord, fino a Chilivani. Ma è stata smantellata da tempo, probabilmente per mancanza di traffico. Nella stazione di Tirso sono parcheggiati alcuni vecchi vagoni in legno. Ecco una foto che scattai al ritorno, mentre fuori pioveva.

vagone_legno_tirso
Proprio a Iscra il paesaggio inizia a cambiare. Entriamo infatti nella valle del Tirso, il principale fiume della Sardegna, e a sinistra si apre la pianura alluvionale di Ottana. In lontananza sulla piana spiccano le due ciminiere dello stabilimento chimico, ormai chiuso, che per anni è stato un importante datore di lavoro della zona. Oltre la pianura, verso sud-est, si vedono i monti della Barbagia.

Ma subito la nostra attenzione è catturata sulla destra dai rilievi del Marghine, che insieme a quelli del Goceano, poco più a nord, segnano il confine naturale fra la Sardegna centrale e il Logudoro. La ferrovia costeggia tutto il versante meridionale della catena montuosa, che si innalza fino a 1200 metri e prosegue fino a Macomer.

Rispetto alle prime campagne che abbiamo attraversato, queste sono più popolate. Ai piedi delle montagne si susseguono cinque paesini: Bolotana, Lei, Silanus, Bortigali e Birori, ognuno con la sua piccola stazione. Quelle di Bolotana e di Lei sono lontane dal paese, ma i bus sono lì pronti ad accogliere i passeggeri, che ce ne siano o no.

Nella stazione di Bolotana siamo colpiti da un cartello che dice “Abbellimento reso possibile da fondi europei.” Deve essere vecchio di almeno 20 anni, e il cattivo stato della stazione (come d’altronde di tutte le altre lungo la tratta) fa capire che quei fondi devono essere stati gli ultimi.

A Lei scende la ragazzina che era salita a Prato Sardo. Proprio mentre ripartiamo, arriva in stazione una piccola macchina verde. La ragazzina va verso l’auto e ci sale. Vedo che l’uomo alla guida, forse suo padre, le chiede qualcosa. Ma lei ha un’aria un po’ imbarazzata, e sembra rispondere controvoglia. Si volta verso il treno e ci guarda malinconica.

Forse si vergognava un po’ di essere vista salire in quella piccola macchina? Penso che per i ragazzi la vita in questi paesini non deve essere facile. Nonostante la bellezza e la suggestione dei luoghi, queste non sono zone ricche, e anzi l’impressione è di una certa depressione economica e sociale che dura da troppo tempo.

Passiamo Silanus, Bortigali e Birori, più direttamente visitabili perché le stazioni sono proprio in paese, e arriviamo a Macomer. Contempliamo la vista della parte antica medievale, arroccata su una collina piatta dai versanti rocciosi a strapiombo. Entrando in stazione si vedono diversi vagoni abbandonati. La banchina è piccola, con panche di legno e un vecchio quadro comandi che regola gli scambi.

scambi_macomer
Scendiamo e istintivamente chiedo a un ferroviere da che binario parte la coincidenza per Cagliari. Mi risponde che devo uscire dalla stazione e andare a quella di Trenitalia, proprio dall’altra parte della piazza. Ma certo, mi ero dimenticato che la linea Nuoro-Macomer è a scartamento ridotto e che i treni di Trenitalia viaggiano su binari più larghi. (Al ritorno da Cagliari, chiesi invece a un altro ferroviere da che binario sarebbe partito il trenino per Nuoro. “Arriverà solo un treno: non puoi sbagliare,” mi rispose pacatamente.) Prima di lasciare la stazione scatto una foto al relitto di una vecchia locomotiva a vapore delle Ferrovie Complementari Sarde.

locomotiva_macomer
Mentre attraversiamo la piazza deserta verso la stazione Trenitalia, soffia un vento forte e freddo.

Vorrei dedicare questo post alla ragazzina di Lei, che continuerà ad andare a scuola a Nuoro in trenino, e che forse non saprà mai che proprio quel trenino l’ha portata anche su Internet.