square of opposition
mathematics, philosophy, science, society

Negazione e Totalitarismo

Ieri su Facebook ho scritto:

Facciamo un giochino di logica. Qual è la negazione di ‘Va tutto bene’? È vietato rispondere usando la parola ‘non’. Metto like solo alla risposta giusta.

Non sapevo che cosa aspettarmi. Forse fra i miei contatti c’era anche qualcuno che aveva studiato logica, dando subito la risposta giusta. O forse la gente non avrebbe interagito, come capita su Facebook.

Invece, con mia sorpresa, diversi amici hanno partecipato al gioco! Purtroppo però nessuno ha dato la risposta giusta. In effetti, quasi sempre hanno dato la stessa risposta. Una risposta totalitaria (o totalitarista).

L’idea comune è stata evidentemente (ma forse anche abbastanza inconsciamente) che la negazione di una frase totalitaria (‘Va tutto bene’) doveva essere una frase totalitaria ma opposta. Quindi, sostanzialmente, ‘Va tutto male’, o equivalenti.  (Alcuni esempi: ‘Niente va bene’, ‘Niente è a posto’.)

Invece, ciò non è logico.

Un buon modo per spiegare che cos’è una negazione è il seguente:

Due frasi sono l’una la negazione dell’altra se e solo se non possono essere entrambe vere o entrambe false.

Perciò, ‘Niente va bene’ e ‘Va tutto bene’ non possono essere l’una la negazione dell’altra. Infatti, anche se, abbastanza ovviamente, non possono essere entrambe vere, è tuttavia possibile che siano entrambe false. È sufficiente che solo qualcosa vada bene o, equivalentemente, che solo qualcosa vada male.

E infatti la negazione di ‘Va tutto bene’ è esattamente ‘Qualcosa va male’.

Un altro modo per verificarlo è il seguente. Si prenda la frase originaria, ‘Va tutto bene’, e la si neghi con la parola ‘non’. ‘Non va tutto bene’ è certamente la negazione di ‘Va tutto bene’. (Il ‘non’ si applica all’intera frase ‘Va tutto bene’; la nega tutta, non solo una sua parte.)

Ma un problema importante (in logica e non solo) è tradurre una frase negata, come questa, in una affermazione. Che cosa vuol dire che ‘Non va tutto bene’? Vuol forse dire che va tutto male? Ma no! Vuol dire che almeno qualcosa va male.

Non fatevi confondere dal fatto che in italiano di solito si dice ‘Va tutto bene’ e non ‘Tutto va bene’. Le due frasi hanno esattamente lo stesso significato. Però, forse, se dico ‘Non tutto va bene’, invece che ‘Non va tutto bene’, è più evidente che equivale a ‘Qualcosa va male’.

La logica (nome) è logica (aggettivo), ma è raro che sia anche intuitiva. Anzi, spesso va contro il pensiero comune, tipicamente infarcito di credenze non logiche, appunto. E spesso si tratta anche di credenze totalitarie (o totalitariste).

Viviamo in un’epoca storica pesantemente caratterizzata dalle discussioni di massa sui social media e dalla comunicazione (politica, aziendale, personale, ecc.) facile e radicale. O tutto o niente. Se non tutto, allora niente.

Non rimane tanto spazio per il ‘qualcosa’ o, in altri termini, per credenze che si oppongono a un certo ‘tutto’ senza andare necessariamente a occupare tutta l’estremità opposta.

La logica svela la fallacia del totalitarismo, perché dimostra che ‘Tutto o niente’ non equivale affatto a ‘A o non-A’. Come dicevo prima, in diverse circostanze la difficoltà è spesso tradurre non-A in una affermazione che esprima davvero la negazione di A.

Ma la logica non ha solo il potere di chiarire il significato della negazione, che è il ‘connettivo’ più semplice. In effetti, può anche aiutarci a comprendere meglio forme linguistiche via via più complesse come le congiunzioni, le disgiunzioni, i condizionali (se… allora…), gli argomenti (premesse e conclusione), le catene di argomenti. Un’ottima introduzione alla logica è il libro di Piergiorgio Odifreddi Le menzogne di Ulisse. (Ben più avanzato, ma meraviglioso per visione e architettonica, è Il diavolo in cattedra, dello stesso autore.)

Advertisements
emblema repubblica italiana
history, philosophy, society

Democrazia ed Efficienza

La Repubblica Italiana è nata dalle macerie materiali e morali del Fascismo e delle due guerre (mondiale e civile) che causò.

In un’atmosfera sospesa fra tragedia e speranza, i Padri Costituenti valutarono che la devastazione spirituale era stata più grave di quella materiale, e perciò concepirono la Costituzione Italiana come strumento di difesa della democrazia, più che come strumento di sviluppo economico.

Il risultato fu una netta separazione dei poteri: legislativo, esecutivo e giudiziario, più la Presidenza della Repubblica.

La configurazione istituzionale della nostra Repubblica è stata sia lodata sia criticata. Sempre più spesso negli anni i governi hanno modificato parti della Costituzione, quasi sempre spinti dall’esigenza di riequilibrare il rapporto fra garanzie democratiche ed efficienza statale, a favore di quest’ultima.

In questi tempi di profondi cambiamenti sociali, politici ed economici, è più che mai importante tenere ben presente questo equilibrio. Dobbiamo dare la precedenza a una macchina statale veloce ed efficiente o a una nazione in cui nessuno (nemmeno il partito che vince le elezioni, nemmeno il Presidente del Consiglio o i suoi ministri) può fare quello che vuole?

I Padri Costituenti non hanno avuto dubbi e, fra grandi difficoltà e ostacoli, l’Italia è diventata una delle grandi potenze economiche mondiali e ha evitato di ricadere nella dittatura. Un ‘miracolo’ che dimostra sia la complessità e l’imprevedibilità delle dinamiche storiche sia la validità pratica di certi principi filosofici.

E noi che cosa preferiamo?

mathematics, philosophy, science, society

Come usare la logica, la matematica e la scienza per comporre testi

In questo breve articolo vorrei solo introdurre un tema vasto. Perciò mi limiterò a fare pochi esempi, che spero siano sufficienti a instradare verso uno specifico stile di scrittura e di comunicazione.

Usare la logica

Tantissimi testi (articoli di giornale, libri, blog post, ecc.) seguono uno stile di esposizione ‘lineare’. Con questo aggettivo intendo riferirmi al fatto che il discorso si sviluppa accostando le frasi una dopo l’altra in modo da formare delle congiunzioni, secondo uno schema del tipo:

Frase A & Frase B & Frase C & … & Frase Z.

Il simbolo ‘&’ indica un punto fermo, o una cesura equivalente, che separa le frasi senza che intervengano altri termini ‘logici’ di collegamento (spiegherò meglio sotto che cosa intendo dire esattamente).

Il risultato di questa scelta è un discorso piatto, senza tanta profondità logica, che annoia presto, è poco incisivo e risulta difficile anche da organizzare internamente (sia dal punto di vista dello scrittore sia da quello del lettore).

Meglio invece cercare di adottare uno stile ‘gerarchico’, che distingue le frasi per importanza relativa e che ne esplicita le mutue relazioni di dipendenza. Essenzialmente, si tratta di distinguere in maniera esplicita e chiara le frasi che fungono da premesse dalle frasi che fungono da conclusioni. Lo stile gerarchico aiuta a stabilire la divisione in paragrafi e a ottenere un’esposizione stratificata, dotata di profondità logica, più avvincente, e più convincente.

L’esposizione gerarchica usa regolarmente e opportunamente parole o espressioni che segnalano la distinzione logica fra premesse e conclusioni. Ecco alcuni schemi tipici (dove A e B sono frasi qualunque):

“A, perché B.”
Dato A, B.”
“A. Di conseguenza B.”
Da A segue che B.”
Se A, allora B.”
“A. Infatti, B.”

Usare la matematica

Il rigore tipico del discorso matematico dipende innanzitutto dall’uso di termini definiti nella maniera più precisa possibile e simbolizzati sempre nello stesso modo: se inizio un ragionamento chiamando x una certa variabile, allora è bene continuare a chiamarla x, e non rinominarla y o z senza buone ragioni.

Ma anche componendo un discorso non matematico e in linguaggio naturale bisognerebbe cercare di usare termini dal significato ben definito, ed evitare il più possibile le ambiguità (più significati) o le vaghezze (nessun significato preciso).

I termini poi dovrebbero essere selezionati con cura (p.es., termini comuni vs termini rari; termini carichi di ideologia vs termini più neutrali, ecc.) e, una volta scelto un termine, bisognerebbe continuare a usarlo per esprimere la stessa idea, invece di adottare un supposto sinonimo. Infatti, troppa varietà o ricercatezza terminologica giovano più all’impatto retorico del discorso che alla sua chiarezza.

Se non si è abituati, è facile risultare monotoni o rigidi. Ma la pratica aiuta a coniugare il rigore con il colore, specialmente se ci si preoccupa anche di costruire discorsi dotati di profondità argomentativa (vedi quanto detto sopra a proposito della logica).

Usare la scienza

La grande lezione della scienza moderna è che una teoria è valida (è scientifica, appunto) solo se è internamente consistente ed è supportata da fatti (o almeno se è possibile concepire un modo per provarla/confutarla).

Un discorso prescrittivo, che propone soluzioni o suggerisce punti di vista su qualcosa, dovrebbe far leva sia sulla logica sia sulle evidenze. E dunque è bene abituarsi a giustificare ciò che si sostiene, fornendo buoni ragionamenti o prove empiriche a supporto.

Un modo molto diffuso di appoggiarsi all’esperienza è riportare dei dati statistici. Purtroppo però il ricorso alle statistiche è anche uno dei modi più diffusi per presentare prove ingannevoli. Con le statistiche si può mentire in tanti modi, perché diversi metodi di indagine o di presentazione dei dati possono produrre risultati diversi, anche opposti.

Perciò, prima di citare una certa statistica è bene spendere del tempo per capire il più possibile il significato e la rilevanza effettiva dei numeri e delle percentuali. L’ottimo libro di Daniel Levitin Weaponized Lies: How to Think Critically in the Post-Truth Era contiene anche una guida dettagliata alla lettura delle statistiche.

In generale bisognerebbe sempre prestare molta attenzione alla forza delle ragioni che un discorso suggerisce. Bisognerebbe acquisire l’abitudine di relativizzare i fatti e le ragioni in maniera opportuna, attraverso termini come “spesso”, “di solito”, “a volte”, “raramente”, ecc. Oltretutto, un discorso che riesce a relativizzare bene è meno attaccabile di un discorso che assolutizza in maniera ingenua o premeditata.

Concludendo

Mi fermo qui, perché come dicevo la mia intenzione con questo breve pezzo è solo suggerire un approccio alla scrittura senza svilupparlo nei dettagli.

Un modo per approfondire è prendere un articolo di giornale o un blog post e leggerlo andando alla ricerca degli aspetti logici, matematici e scientifici che ho cercato di descrivere.

L’esperienza mi ha insegnato che di solito i testi in inglese si conformano di più a questi criteri di quanto facciano i testi in italiano, in francese, in tedesco o in altre lingue. Le ragioni sono sia linguistiche in particolare sia culturali e storiche più in generale. Buon lavoro!

mathematics, philosophy

Semplicemente, il piacere di giocare con la matematica (e la logica)

Non sono un matematico e non conosco tanta matematica. Non sono nemmeno particolarmente veloce a fare i calcoli e conosco le tabelline così così. Ma la matematica mi piace molto. E, appena posso, cerco di impararne un po’ di più. Oppure di ri-imparare ciò che già sapevo, dato che ho una memoria diciamo, capricciosa. Ogni tanto mi piace anche provare a risolvere quiz matematici.

Internet è piena di quiz matematici. Alcuni sono facili, altri difficili, altri irrisolvibili! Infatti, alcuni quiz sono semplicemente riportati male. Per esempio, ce n’è uno che sarebbe stato proposto a Singapore a bambini fra i 5 e i 7 anni. Ma il matematico Alex Bellos ha scoperto che c’era un “problema nel problema”, e ha modificato il quiz in modo che avesse senso (in effetti, non c’è arrivato proprio da solo: conosceva già la versione sensata del quiz!).

L’immagine che vedi sopra è quella corretta (quella sbagliata, che rendeva il quiz irrisolvibile, aveva un 2 al posto del 20): in ognuno dei quattro settori in cui è stato diviso il cerchio grande c’è un numero a due cifre. Ora, questo numero deve essere uguale alla somma dei tre numeri da inserire nei cerchi piccoli ai tre angoli di ogni settore. I numeri da inserire nei cerchi piccoli possono essere solo i numeri da 1 a 9. Il numero nel cerchio piccolo al centro è già stato inserito. Trova i numeri che mancano.

Come si risolve questo quiz? Un modo è andare per tentativi, come spesso si fa per i sudoku. Io odio i sudoku. Che divertimento c’è? Che razza di matematica è? La soluzione a un problema matematico dovrebbe essere il risultato di un ragionamento deduttivo, non di prove induttive (è vero che anche i sudoku si possono risolvere attraverso procedimenti deduttivi; ma di solito si tratterebbe di seguire algoritmi piuttosto lunghi e dunque, nei fatti, la gente prova numeri più o meno a caso, con gomma e matita. Oppure usa un mix di ragionamento e tentativi. È una questione di gusti: io lo trovo noiosissimo).

Dunque vediamo di trovare un modo davvero matematico di risolvere questo quiz. La prima cosa che ho fatto è stata assegnare una lettera a ogni cerchio piccolo: A, B, C, e D. (Si può anche assegnare a ogni cerchio un punto cardinale: è ancora più semplice e infatti Bellos ha fatto così. Ma la sostanza non cambia.)

A questo punto, accanto a ogni lettera identificativa ho scritto tutti i numeri ammessi. Così:

A: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, o 9
B: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, o 9
C: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, o 9
D: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, o 9

Adesso mi sono chiesto: dato il cerchio X (dove X è una lettera fra A e D), quali fra i numeri ammessi sono anche buoni (o unici) candidati? Man mano che li trovavo, cancellavo i numeri da escludere.

Per esempio, quali numeri potrei inserire nel cerchio A? Certamente 1, 2, 3, 4, 5 o 6. Invece non posso inserire 7, 8, o 9. Infatti, 7 + 3 = 10. Ma allora sarei già arrivato alla somma indicata nel settore in alto a destra, eppure mi mancherebbe ancora un numero da inserire nel cerchio B. (A maggior ragione, non posso inserire né 8 né 9. 8 + 3 = 11. Sballato! 9 + 3 = 12. Sballato!)

Ora, quali numeri potrei inserire nel cerchio B? Dato che questo cerchio svolge lo stesso ruolo di A per determinare la somma 10, evidentemente posso inserirci esattamente gli stessi numeri che posso inserire in A (1, 2, 3, 4, 5, o 6).

Che dire di C? Adesso diventa più facile: sembra che potrei inserire solo 8 o 9. Infatti, ogni altro numero non mi permetterebbe di completare la somma contenuta nell’ultimo settore, cioè 20. (7 + 3 = 10, ma allora in D dovrei inserire 10. 6 + 3 = 9, ma allora in D dovrei inserire 11. Sballo sempre.) Però, a ben vedere, non posso inserire 9 in C. Infatti, allora in D dovrei necessariamente inserire 8. Ma allora in A dovrei necessariamente inserire 7. Ma questo è in contraddizione con ciò che ho già stabilito (A = 1, 2, 3, 4, 5, o 6). Dunque in C devo mettere 8.

Ma allora in D devo mettere 9.

Ma allora in A devo mettere 6. E dunque in B devo mettere 1.

Ecco, nessun trial and error: solo un ragionamento deduttivo diviso in passi. Non ci ho messo tanto a trovare la soluzione (perché in effetti c’è una sola soluzione). Ciò che ho fatto è stato rilassarmi e fidarmi delle mie capacità logiche. Per fortuna il quiz non era tanto difficile. Se lo fosse stato, oltre che di fiducia avrei avuto bisogno anche di tempo, e non è detto che avrei trovato la soluzione. Ed è ciò che all’università gli studenti di matematica imparano presto.

Devo precisare un’ultima cosa: il procedimento logico che ho esposto è in effetti una ricostruzione a posteriori del mio flusso mentale. Non ho barato, ma mi rendo conto che la successione delle idee che hanno attraversato la mia mente non corrisponde esattamente alla successione che ho esposto. Non è facile dire le differenze specifiche, ma credo che il mio flusso mentale effettivo fosse più confuso: le idee emergevano, e qualcosa di simile a una “facoltà di controllo” le paragonava muovendosi in maniera non lineare dall’una all’altra. Una volta che mi è sembrato di aver trovato la soluzione (ed era facile verificarlo perché la matematica che sta alla base del quiz è davvero elementare), ho cercato di ricostruire in tutta sincerità la logica del mio ragionamento.

Questa differenza fra flusso reale e flusso logico è molto affascinante e, se non è solo qualcosa che caratterizza il mio modo di ragionare, se in particolare è qualcosa che ha notato anche chi fa matematica regolarmente e professionalmente, allora credo che potrebbe dirci qualcosa di interessante su come funziona la produzione effettiva della matematica (e magari anche su come insegnare alle macchine a provare teoremi). Forse dopotutto è in gioco anche una forma di trial and error?

(Mi rimane un dubbio: anche se il quiz fosse stato proposto correttamente, è davvero un quiz adatto a bambini fra i 5 e i 7 anni? Non ho davvero le competenze per dirlo. Tu che ne pensi?)

philosophy, science, society, technology

La società della condivisione e il mito degli strumenti di marketing “hard”

Preferiresti vincere un’automobile da 100 mila euro o un soggiorno di un anno in USA?

A parte stabilire se effettivamente un soggiorno di un anno negli USA potrebbe arrivare a costare 100 mila euro (probabilmente no, ma dipende da quanto ti sposti, da dove vai a vivere, ecc., e quindi dal tipo di esperienze che potresti fare), credo che gran parte delle persone preferirebbe comunque vincere un’automobile.

Il possesso immediato di un oggetto tangibile, utile e prestigioso, è generalmente un’attrattiva maggiore di un’esperienza aperta e poco definibile a priori in termini di utilità e vantaggi effettivi. Eppure, se ci soffermiamo un attimo a confrontare il mare di opportunità rappresentato da vivere gratis negli USA per un anno con l’iniezione di status e autostima rappresentata dal possesso della super car, credo che certe tendenze diffuse rivelino ormai una certa ottusità.

Non è solo una questione di cultura e di morale. Credo invece che preferire ciò che è immediato e concreto a ciò che è distribuito nel tempo e vago sia una tendenza antica e naturale. Un prodotto dell’evoluzione che finora si è rivelato per lo più vantaggioso.

Ma in un mondo sempre più dinamico e in un’economia sempre più basata sui servizi, questa tendenza ha sempre meno vantaggi. Andiamo verso una società caratterizzata da sempre meno possesso e da sempre più condivisione. È una novità assoluta, sollecitata in maniera importante da Internet e dalla vita online; una svolta rispetto alla direzione principale che la storia aveva preso, almeno in Occidente (capitalismo dell’accumulo).

Possiamo criticare i social network per aver supportato certe abitudini di vita decisamente sciocche. Ma non dobbiamo dimenticarci che gli stessi social sono diventati delle impressionanti masse di attrazione sociale, politica ed economica. Oltre che da adolescenti o da adulti poco cresciuti, i social sono usati anche da tutti i grandi attori della società moderna: grandi giornali, istituzioni, corporation, autorità e personaggi pubblici in ogni settore. E poi ci sono tante persone che offrono e cercano una comunicazione di maggior spessore. Sempre di più, i social network sono usati anche da aziende medie e piccole e da professionisti.

Oggi la tendenza dominante è usare i social come strumenti di evasione, ma non è detto che sarà sempre così. Forse in pochi anni o decenni i social network evolveranno in piattaforme in cui accadono anche cose più “serie”, più determinanti rispetto alle abitudini di vita quotidiane e alle esigenze del lavoro. O forse scompariranno, e al loro posto nasceranno luoghi virtuali più coinvolgenti, a cui saremo collegati costantemente attraverso interfaccia corpo-macchina. È difficile prevedere il futuro, ma credo che una volta che un bisogno è stato innescato, e che miliardi di dollari sono stati investiti per sostenere questo bisogno e guidarlo verso forme sempre più mature e complesse, sia difficile tornare indietro.

Secondo uno studio recente, fra poco più di dieci anni le strade Americane saranno invase da veicoli elettrici autonomi (cioè con autopilota) che le persone non possiederanno, ma che prenderanno a noleggio a basso costo o addirittura condivideranno con altre persone quasi gratuitamente. I veicoli privati saranno usati pochissimo (meno del 5% dei casi), e il risparmio della trasformazione da automobilista proprietario a passeggero è stimato in circa 1 triliardo di dollari all’anno (5.600 dollari a persona), un’infusione di denaro nelle tasche dei consumatori che non sembra avere precedenti paragonabili. Ci sono dati solidi che tracciano l’alta probabilità di un percorso fortemente accelerato verso il dis-possesso e la condivisione massiccia di beni e servizi. Tutto ciò significa che dovremmo smetterla di pensare troppo agli oggetti e dovremmo iniziare a pensare di più alle esperienze.

In accademia, si parla a volte di “hard sciences” e di “soft sciences”. Le prime sono la fisica, la chimica e, sempre di più, la biologia. Sono le cosiddette scienze naturali. Le seconde sono l’economia, la politica, la sociologia, la psicologia, la storia, ecc. Si tratta delle cosiddette scienze umane o sociali.

Entrambe producono conoscenze, ma le scienze dure sono come le fondamenta di tutto, su cui le scienze morbide possono svilupparsi. Sembrerebbe una distinzione di valore, e spesso è interpretata proprio così (anche da specialisti un po’ troppo campanilisti). Ma in realtà è una distinzione di ruolo. E non è al livello delle scienze dure, ma al livello delle scienze morbide che accadono i fatti più importanti per la vita di miliardi di persone. Certo, non potremo mai fare a meno delle conoscenze “hard”, perché sorreggono tutto. Ma sempre più denaro e interesse si stanno spostando verso le conoscenze “soft”.

La comunicazione e il marketing sono discipline massimamente soft, perché riguardano soprattutto la vita dei bisogni sociali, non quella dei bisogni vitali. Andiamo, lentamente ma con decisione, verso un mondo caratterizzato da più benessere, cioè dal soddisfacimento sempre più completo dei bisogni vitali essenziali. Perciò i bisogni sociali sono sempre più al centro dei desideri delle persone. E la tendenza, come accennavo, è verso un soddisfacimento di tali bisogni (per esempio i trasporti) a basso costo. Tutto ciò di cui non si riuscirà ad abbattere sufficientemente i costi di produzione e di gestione (generalmente, gli oggetti duri privati) sarà sostituito da ciò che diventerà sempre più accessibile grazie alle potenti forze sociali della condivisione e del cambiamento veloce (generalmente, i servizi morbidi pubblici o comunque condivisi). Inevitabilmente, ci sarà sempre più bisogno di comunicazione e di marketing, per diffondere i servizi in tempo reale in un mercato sempre più competitivo e di qualità.

Ma, nonostante la comunicazione e il marketing siano soft per natura, molti imprenditori (specialmente medi e piccoli) preferiscono ancora investire soprattutto in strumenti relativamente hard, cioè strumenti che possono sentire di possedere e in cui possono vedere riflessa immediatamente l’identità del loro brand. Per fare qualche esempio notevole: il sito web, compreso di una SEO potente; il logo e le grafiche; i video; in certi casi anche le app. In generale, le aziende sono meno disposte a investire in strumenti morbidi, che tipicamente si possono controllare solo in parte. Ecco una lista: i social, gli ad online, il listening, le digital PR, i blog, le newsletter, i contenuti testuali, le consulenze, i brainstorming, la definizione o ri-definizione della brand identity, la costruzione o ri-costruzione della brand awareness, il training, i report analitici e i briefing periodici.

La tendenza a preferire strumenti hard sembra dipendere soprattutto dal fatto che il marketing soft è meno appagante nel breve periodo, è meno controllabile dall’interno dell’azienda e, soprattutto, non produce confortanti e statici oggetti duri privati, ma impegnativi e dinamici servizi morbidi altamente dipendenti dalla condivisione.

Insomma, le preferenze di molte aziende verso la comunicazione e il marketing sembrano dipendere in fondo da istanze narcisistiche non troppo diverse da quelle che spingono molte persone a preferire una super car a un anno in USA. Credo che sia un atteggiamento da superare.

Eppure ciò che alla percezione comune non specialistica sembra duro, compiuto, posseduto totalmente e una volta per tutte, è in realtà non meno morbido, incompiuto, e posseduto solo in parte o temporaneamente, di ciò che è già tradizionalmente riconosciuto come morbido. Il sito va gestito, aggiornato e modificato nel tempo; i criteri della SEO cambiano in continuazione e sono sempre più tarati sul livello micro-geografico o addirittura sui singoli individui (!); la grafica e i loghi vanno aggiornati e adattati ai contesti; i video vanno distribuiti sui diversi canali; le app vanno promosse e, come tutti i software, diventano presto obsolete e vanno aggiornate. Le super car rivelano la loro vera faccia di normali utilitarie che hanno bisogno di carburante e del meccanico…

La parola d’ordine quando si investe in comunicazione e marketing (non meno che in ogni altro settore) è “sostenibilità”. Ciò è vero più che mai, perché il ritmo con cui il futuro diventa presente e il presente diventa passato è sempre più veloce. Date le tendenze della società e del mercato (ampliamento della vita online, o ibrida online-offline, rispetto alla vita solo offline; economia della condivisione a basso costo; aumento del benessere e crescente importanza di servizi che soddisfano bisogni di vita sociale; mercato sempre più esteso, dinamico e competitivo; ecc.), l’implementazione di una strategia di comunicazione e marketing digitali progressiva e aperta è sempre meno un’opzione e sempre più una necessità.

La stessa strategia di comunicazione e marketing si dovrebbe basare sulla con-divisione dei ruoli e delle competenze fra specialisti diversi, meglio se esterni all’azienda anche se in contatto costante con essa (ecco un altro aspetto dell’economia della condivisione). Investire in un sito web, per esempio, e poi provare a gestirlo direttamente o a darlo in gestione a personale generalista o sottopagato, non è quasi mai una buona idea. Il tempo e le competenze per farlo verranno a mancare prima di quanto si potrebbe pensare. Insomma, gli strumenti hard non sono per niente hard! Sono altrettanto soft degli strumenti soft, e hanno bisogno di cure continue, pena la loro trasformazione veloce in relitti digitali.

Invece che a oggetti privati monolitici dovremmo pensare a servizi condivisi, da costruire in maniera modulare e da rendere sempre più solidi attraverso un costante adattamento all’ambiente. Ci vuole prudenza, ma anche decisione e tempestività. Come dice l’ormai vecchio adagio, “se non esisti online, non esisti e basta.” La comunicazione e il marketing non sono più semplicemente mezzi di promozione: sono elementi fondamentali d’identità. E l’identità digitale è molto più fluida dell’identità fisica. Oltretutto questa è una forza, non una debolezza, perché esprime sostenibilità al cambiamento accelerato inevitabile, e dunque una vita più lunga e soddisfacente. Perciò, dimentichiamoci delle super car digitali (non esistono) e investiamo di più senza paura in viaggi digitali da condividere, sostenibili e aperti verso il futuro. Se saremo bravi a farlo, saremo riconosciuti e continueremo ad attirare l’interesse per lungo tempo.

(La condivisione è un aspetto centrale della vita moderna, e si manifesta in modi diversi. Se ti interessa approfondire l’argomento, in questo post su The Hub of Taste ho parlato della condivisione dei contenuti sui social network.)

philosophy, science, technology

Il web “a senso unico” e le sue conseguenze

surfer disappointed

“A ‘web’ of notes with links (like references) between them is far more useful than a fixed hierarchical system.” (Tim Berners-Lee, Information Management: A Proposal, March 1989 – May 1990, disponibile qui.)

Negli ultimi tempi, cerco ogni tanto di segnalare su Facebook un fatto piuttosto grave che riguarda un’importante modifica in corso nella struttura del web. Si tratta del fatto che i link “inter-sito”, cioè quelli che portano da una pagina di un certo sito a un’altra ma di un altro sito, sono sempre meno numerosi.

Questa tendenza è con ogni probabilità una conseguenza dell’implementazione massiccia di uno specifico principio di ottimizzazione dei siti per i motori di ricerca: i link che portano fuori da un sito penalizzano (o penalizzerebbero) il posizionamento di quel sito sui motori di ricerca.

La giustificazione di questo principio è che, se qualcuno arriva al tuo sito ma poi lo lascia perché clicca su un link che lo porta a un altro sito, allora probabilmente il tuo sito è poco interessante; e il motore di ricerca non gli dà molta importanza. Al motore di ricerca non sembra venire in mente che un certo sito può essere rilevante proprio perché permette di trovare altri siti interessanti grazie ai link inter-sito che ospita.

Il principio di ottimizzazione in questione e il ragionamento che lo sostiene non sembrano dunque inattaccabili. Anzi, implicano addirittura una contraddizione che menzionerò più avanti.

Intanto possiamo notare che la diminuzione dei link inter-sito ci sta costringendo a passare e ripassare necessariamente per un motore di ricerca (e specialmente per Google) per poter trovare altre pagine che parlano di un certo tema o gli indirizzi dei siti che sono solo menzionati e non linkati. Conseguentemente, la struttura del web sta cambiando da un insieme di siti interconnessi (come è stato fin dalla sua creazione) a un insieme di siti connessi a senso unico a Google o ad altri motori. Lo schema seguente cerca di chiarire il concetto.

Il web come è sempre stato finora:

Google (o motore di ricerca in generale) -> sito A
Google -> sito B
Google -> sito C
Google -> sito D
Google -> sito E

E, in più,

sito A <-> sito B -> sito C -> sito D <-> sito B -> sito E <-> sito C …

Nel web ossessionato dal ranking, la seconda caratteristica sta scomparendo.

Credo che questa tendenza stia degradando la qualità della navigazione e delle risorse facilmente accessibili. Mi vengono in mente almeno cinque ragioni a supporto di questa conclusione. Infatti, la scarsità di link inter-sito ha almeno queste conseguenze:

1) Penalizza i siti che Google (d’ora in poi lo userò per riferirmi a un motore di ricerca in generale) non considera abbastanza rilevanti ma che potrebbero ben esserlo. Questi siti, non più linkati da altri e relegati al fondo dei risultati di ricerca di Google, sono dunque destinati a rimanere (o a tornare) nell’ombra ed eventualmente a scomparire.

2) Ci rende sempre più schiavi delle keyword e delle logiche di ricerca di Google stesso, che non è affatto detto siano le migliori per trovare risorse interessanti. Anzi, è difficile che i criteri automatici usati da Google per selezionare le pagine più rilevanti in un certo ambito possano essere migliori dei criteri seguiti dagli esseri umani che inseriscono gli hyperlink a mano sui loro siti. Per esempio, pensi che siano più autorevoli le pagine che parlano di genetica suggerite da una pagina autorevole in genetica o quelle suggerite da Google?

3) Limita la libertà di fare scoperte, comprese le scoperte casuali che derivano dalla navigazione da sito a sito, hyperlink dopo hyperlink, a cui siamo abituati. Questa è stata una delle caratteristiche più interessanti di Internet e del web fin dall’inizio.

4) Dà un potere sproporzionato a un sito solo (Google o il motore di ricerca di turno).

5) Implica una navigazione meno avvincente e più lenta della navigazione da sito a sito: Google -> sito A -> Google -> sito B -> Google -> sito C -> Google …

Come accennavo, è anche interessante notare che la penalizzazione SEO dei link che portano fuori da un sito contraddice uno dei criteri più importanti di indicizzazione di un sito, cioè il numero di link che portano a quel sito (vedi gli Steps to a Google-friendly site in questa pagina del Search Console Help di Google).

Infatti, se diminuiscono i link che portano fuori da un sito, allora diminuiscono anche necessariamente i link che portano ai siti in generale (si tratta esattamente degli stessi link!), e ciò porterebbe a una penalizzazione SEO di tutti i siti. La conseguenza logica finale di questo meccanismo sarebbe l’impossibilità da parte di Google di selezionare i siti seguendo il criterio del numero di link che vi ci portano, perché tutti i link sarebbero solo intra-sito. Ma allora Google dovrebbe escludere l’importante criterio di rilevanza “link che portano al tuo sito”. E con che cosa lo potrebbe sostituire?

Non sarebbe strano se Google decidesse di dare ancora più importanza al criterio di indicizzazione principale, cioè la “lettura” diretta delle pagine da parte dei robot alla ricerca di contenuti “rilevanti”. Le virgolette intendono segnalare il fatto che oggi le intelligenze artificiali (AI) riescono sì a trovare keyword o sequenze di keyword; ma sanno anche identificare concetti, e specialmente concetti complessi? Quanto è ampia la distanza fra parole e idee, fra forme e contenuti reali?

A meno che le AI non imparino a leggere i testi come li sa leggere un essere umano istruito e dotato di capacità critiche superiori, l’applicazione diffusa di tecniche di ottimizzazione basate sulla forma potrebbe portare a un’inondazione di pagine che contengono certe parole e certe sequenze di parole, ma che in effetti sono a corto di idee e di argomentazioni. Quindi, anche se riuscissimo a evitare il web a senso unico, il rischio è un web fatto di pagine ancora meno rilevanti, in generale. È ciò che vogliamo? O possiamo sperare che le euristiche si raffinino sempre di più e che le AI evolvano in NI (“natural intelligence”, cioè intelligenze meccaniche più simili a quella umana), come promettono certi filoni di ricerca?

https://en.wikipedia.org/wiki/World_Wide_Web

philosophy

Thought-provoking visual content on Facebook

close-the-internet

Close the Internet is a Facebook page (a community) whose posts consist exclusively of works of visual art, mostly photos (due credit is generally given to the photographers).

The page’s verbal communication is limited to three messages: the page’s name, the caption on the cover photo (“Crying for the Internet”) and the page’s motto, “The most aesthetic page with the most direct purpose on the Internet.”

Indeed, while browsing the photos one has a strong impression of purpose. The visual material always seems accurately selected, as if to match a specific aesthetic style or to deliver a specific mood. There’s sadness, melancholy or loneliness in many of the visual posts by Close the Internet.

But there’s more: thought. These are often philosophical pictures, able to set an ideal background for reflection. Actual beauty at the service of possible meanings, so to say.

Try to add the page to your network (namely, give it a “like”). What are your reactions?