mathematics, philosophy, science, society

Come usare la logica, la matematica e la scienza per comporre testi

In questo breve articolo vorrei solo introdurre un tema vasto. Perciò mi limiterò a fare pochi esempi, che spero siano sufficienti a instradare verso uno specifico stile di scrittura e di comunicazione.

Usare la logica

Tantissimi testi (articoli di giornale, libri, blog post, ecc.) seguono uno stile di esposizione ‘lineare’. Con questo aggettivo intendo riferirmi al fatto che il discorso si sviluppa accostando le frasi una dopo l’altra in modo da formare delle congiunzioni, secondo uno schema del tipo:

Frase A & Frase B & Frase C & … & Frase Z.

Il simbolo ‘&’ indica un punto fermo, o una cesura equivalente, che separa le frasi senza che intervengano altri termini ‘logici’ di collegamento (spiegherò meglio sotto che cosa intendo dire esattamente).

Il risultato di questa scelta è un discorso piatto, senza tanta profondità logica, che annoia presto, è poco incisivo e risulta difficile anche da organizzare internamente (sia dal punto di vista dello scrittore sia da quello del lettore).

Meglio invece cercare di adottare uno stile ‘gerarchico’, che distingue le frasi per importanza relativa e che ne esplicita le mutue relazioni di dipendenza. Essenzialmente, si tratta di distinguere in maniera esplicita e chiara le frasi che fungono da premesse dalle frasi che fungono da conclusioni. Lo stile gerarchico aiuta a stabilire la divisione in paragrafi e a ottenere un’esposizione stratificata, dotata di profondità logica, più avvincente, e più convincente.

L’esposizione gerarchica usa regolarmente e opportunamente parole o espressioni che segnalano la distinzione logica fra premesse e conclusioni. Ecco alcuni schemi tipici (dove A e B sono frasi qualunque):

“A, perché B.”
Dato A, B.”
“A. Di conseguenza B.”
Da A segue che B.”
Se A, allora B.”
“A. Infatti, B.”

Usare la matematica

Il rigore tipico del discorso matematico dipende innanzitutto dall’uso di termini definiti nella maniera più precisa possibile e simbolizzati sempre nello stesso modo: se inizio un ragionamento chiamando x una certa variabile, allora è bene continuare a chiamarla x, e non rinominarla y o z senza buone ragioni.

Ma anche componendo un discorso non matematico e in linguaggio naturale bisognerebbe cercare di usare termini dal significato ben definito, ed evitare il più possibile le ambiguità (più significati) o le vaghezze (nessun significato preciso).

I termini poi dovrebbero essere selezionati con cura (p.es., termini comuni vs termini rari; termini carichi di ideologia vs termini più neutrali, ecc.) e, una volta scelto un termine, bisognerebbe continuare a usarlo per esprimere la stessa idea, invece di adottare un supposto sinonimo. Infatti, troppa varietà o ricercatezza terminologica giovano più all’impatto retorico del discorso che alla sua chiarezza.

Se non si è abituati, è facile risultare monotoni o rigidi. Ma la pratica aiuta a coniugare il rigore con il colore, specialmente se ci si preoccupa anche di costruire discorsi dotati di profondità argomentativa (vedi quanto detto sopra a proposito della logica).

Usare la scienza

La grande lezione della scienza moderna è che una teoria è valida (è scientifica, appunto) solo se è internamente consistente ed è supportata da fatti (o almeno se è possibile concepire un modo per provarla/confutarla).

Un discorso prescrittivo, che propone soluzioni o suggerisce punti di vista su qualcosa, dovrebbe far leva sia sulla logica sia sulle evidenze. E dunque è bene abituarsi a giustificare ciò che si sostiene, fornendo buoni ragionamenti o prove empiriche a supporto.

Un modo molto diffuso di appoggiarsi all’esperienza è riportare dei dati statistici. Purtroppo però il ricorso alle statistiche è anche uno dei modi più diffusi per presentare prove ingannevoli. Con le statistiche si può mentire in tanti modi, perché diversi metodi di indagine o di presentazione dei dati possono produrre risultati diversi, anche opposti.

Perciò, prima di citare una certa statistica è bene spendere del tempo per capire il più possibile il significato e la rilevanza effettiva dei numeri e delle percentuali. L’ottimo libro di Daniel Levitin Weaponized Lies: How to Think Critically in the Post-Truth Era contiene anche una guida dettagliata alla lettura delle statistiche.

In generale bisognerebbe sempre prestare molta attenzione alla forza delle ragioni che un discorso suggerisce. Bisognerebbe acquisire l’abitudine di relativizzare i fatti e le ragioni in maniera opportuna, attraverso termini come “spesso”, “di solito”, “a volte”, “raramente”, ecc. Oltretutto, un discorso che riesce a relativizzare bene è meno attaccabile di un discorso che assolutizza in maniera ingenua o premeditata.

Concludendo

Mi fermo qui, perché come dicevo la mia intenzione con questo breve pezzo è solo suggerire un approccio alla scrittura senza svilupparlo nei dettagli.

Un modo per approfondire è prendere un articolo di giornale o un blog post e leggerlo andando alla ricerca degli aspetti logici, matematici e scientifici che ho cercato di descrivere.

L’esperienza mi ha insegnato che di solito i testi in inglese si conformano di più a questi criteri di quanto facciano i testi in italiano, in francese, in tedesco o in altre lingue. Le ragioni sono sia linguistiche in particolare sia culturali e storiche più in generale. Buon lavoro!

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Semplicemente, il piacere di giocare con la matematica (e la logica)

Non sono un matematico e non conosco tanta matematica. Non sono nemmeno particolarmente veloce a fare i calcoli e conosco le tabelline così così. Ma la matematica mi piace molto. E, appena posso, cerco di impararne un po’ di più. Oppure di ri-imparare ciò che già sapevo, dato che ho una memoria diciamo, capricciosa. Ogni tanto mi piace anche provare a risolvere quiz matematici.

Internet è piena di quiz matematici. Alcuni sono facili, altri difficili, altri irrisolvibili! Infatti, alcuni quiz sono semplicemente riportati male. Per esempio, ce n’è uno che sarebbe stato proposto a Singapore a bambini fra i 5 e i 7 anni. Ma il matematico Alex Bellos ha scoperto che c’era un “problema nel problema”, e ha modificato il quiz in modo che avesse senso (in effetti, non c’è arrivato proprio da solo: conosceva già la versione sensata del quiz!).

L’immagine che vedi sopra è quella corretta (quella sbagliata, che rendeva il quiz irrisolvibile, aveva un 2 al posto del 20): in ognuno dei quattro settori in cui è stato diviso il cerchio grande c’è un numero a due cifre. Ora, questo numero deve essere uguale alla somma dei tre numeri da inserire nei cerchi piccoli ai tre angoli di ogni settore. I numeri da inserire nei cerchi piccoli possono essere solo i numeri da 1 a 9. Il numero nel cerchio piccolo al centro è già stato inserito. Trova i numeri che mancano.

Come si risolve questo quiz? Un modo è andare per tentativi, come spesso si fa per i sudoku. Io odio i sudoku. Che divertimento c’è? Che razza di matematica è? La soluzione a un problema matematico dovrebbe essere il risultato di un ragionamento deduttivo, non di prove induttive (è vero che anche i sudoku si possono risolvere attraverso procedimenti deduttivi; ma di solito si tratterebbe di seguire algoritmi piuttosto lunghi e dunque, nei fatti, la gente prova numeri più o meno a caso, con gomma e matita. Oppure usa un mix di ragionamento e tentativi. È una questione di gusti: io lo trovo noiosissimo).

Dunque vediamo di trovare un modo davvero matematico di risolvere questo quiz. La prima cosa che ho fatto è stata assegnare una lettera a ogni cerchio piccolo: A, B, C, e D. (Si può anche assegnare a ogni cerchio un punto cardinale: è ancora più semplice e infatti Bellos ha fatto così. Ma la sostanza non cambia.)

A questo punto, accanto a ogni lettera identificativa ho scritto tutti i numeri ammessi. Così:

A: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, o 9
B: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, o 9
C: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, o 9
D: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, o 9

Adesso mi sono chiesto: dato il cerchio X (dove X è una lettera fra A e D), quali fra i numeri ammessi sono anche buoni (o unici) candidati? Man mano che li trovavo, cancellavo i numeri da escludere.

Per esempio, quali numeri potrei inserire nel cerchio A? Certamente 1, 2, 3, 4, 5 o 6. Invece non posso inserire 7, 8, o 9. Infatti, 7 + 3 = 10. Ma allora sarei già arrivato alla somma indicata nel settore in alto a destra, eppure mi mancherebbe ancora un numero da inserire nel cerchio B. (A maggior ragione, non posso inserire né 8 né 9. 8 + 3 = 11. Sballato! 9 + 3 = 12. Sballato!)

Ora, quali numeri potrei inserire nel cerchio B? Dato che questo cerchio svolge lo stesso ruolo di A per determinare la somma 10, evidentemente posso inserirci esattamente gli stessi numeri che posso inserire in A (1, 2, 3, 4, 5, o 6).

Che dire di C? Adesso diventa più facile: sembra che potrei inserire solo 8 o 9. Infatti, ogni altro numero non mi permetterebbe di completare la somma contenuta nell’ultimo settore, cioè 20. (7 + 3 = 10, ma allora in D dovrei inserire 10. 6 + 3 = 9, ma allora in D dovrei inserire 11. Sballo sempre.) Però, a ben vedere, non posso inserire 9 in C. Infatti, allora in D dovrei necessariamente inserire 8. Ma allora in A dovrei necessariamente inserire 7. Ma questo è in contraddizione con ciò che ho già stabilito (A = 1, 2, 3, 4, 5, o 6). Dunque in C devo mettere 8.

Ma allora in D devo mettere 9.

Ma allora in A devo mettere 6. E dunque in B devo mettere 1.

Ecco, nessun trial and error: solo un ragionamento deduttivo diviso in passi. Non ci ho messo tanto a trovare la soluzione (perché in effetti c’è una sola soluzione). Ciò che ho fatto è stato rilassarmi e fidarmi delle mie capacità logiche. Per fortuna il quiz non era tanto difficile. Se lo fosse stato, oltre che di fiducia avrei avuto bisogno anche di tempo, e non è detto che avrei trovato la soluzione. Ed è ciò che all’università gli studenti di matematica imparano presto.

Devo precisare un’ultima cosa: il procedimento logico che ho esposto è in effetti una ricostruzione a posteriori del mio flusso mentale. Non ho barato, ma mi rendo conto che la successione delle idee che hanno attraversato la mia mente non corrisponde esattamente alla successione che ho esposto. Non è facile dire le differenze specifiche, ma credo che il mio flusso mentale effettivo fosse più confuso: le idee emergevano, e qualcosa di simile a una “facoltà di controllo” le paragonava muovendosi in maniera non lineare dall’una all’altra. Una volta che mi è sembrato di aver trovato la soluzione (ed era facile verificarlo perché la matematica che sta alla base del quiz è davvero elementare), ho cercato di ricostruire in tutta sincerità la logica del mio ragionamento.

Questa differenza fra flusso reale e flusso logico è molto affascinante e, se non è solo qualcosa che caratterizza il mio modo di ragionare, se in particolare è qualcosa che ha notato anche chi fa matematica regolarmente e professionalmente, allora credo che potrebbe dirci qualcosa di interessante su come funziona la produzione effettiva della matematica (e magari anche su come insegnare alle macchine a provare teoremi). Forse dopotutto è in gioco anche una forma di trial and error?

(Mi rimane un dubbio: anche se il quiz fosse stato proposto correttamente, è davvero un quiz adatto a bambini fra i 5 e i 7 anni? Non ho davvero le competenze per dirlo. Tu che ne pensi?)

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La società della condivisione e il mito degli strumenti di marketing “hard”

Preferiresti vincere un’automobile da 100 mila euro o un soggiorno di un anno in USA?

A parte stabilire se effettivamente un soggiorno di un anno negli USA potrebbe arrivare a costare 100 mila euro (probabilmente no, ma dipende da quanto ti sposti, da dove vai a vivere, ecc., e quindi dal tipo di esperienze che potresti fare), credo che gran parte delle persone preferirebbe comunque vincere un’automobile.

Il possesso immediato di un oggetto tangibile, utile e prestigioso, è generalmente un’attrattiva maggiore di un’esperienza aperta e poco definibile a priori in termini di utilità e vantaggi effettivi. Eppure, se ci soffermiamo un attimo a confrontare il mare di opportunità rappresentato da vivere gratis negli USA per un anno con l’iniezione di status e autostima rappresentata dal possesso della super car, credo che certe tendenze diffuse rivelino ormai una certa ottusità.

Non è solo una questione di cultura e di morale. Credo invece che preferire ciò che è immediato e concreto a ciò che è distribuito nel tempo e vago sia una tendenza antica e naturale. Un prodotto dell’evoluzione che finora si è rivelato per lo più vantaggioso.

Ma in un mondo sempre più dinamico e in un’economia sempre più basata sui servizi, questa tendenza ha sempre meno vantaggi. Andiamo verso una società caratterizzata da sempre meno possesso e da sempre più condivisione. È una novità assoluta, sollecitata in maniera importante da Internet e dalla vita online; una svolta rispetto alla direzione principale che la storia aveva preso, almeno in Occidente (capitalismo dell’accumulo).

Possiamo criticare i social network per aver supportato certe abitudini di vita decisamente sciocche. Ma non dobbiamo dimenticarci che gli stessi social sono diventati delle impressionanti masse di attrazione sociale, politica ed economica. Oltre che da adolescenti o da adulti poco cresciuti, i social sono usati anche da tutti i grandi attori della società moderna: grandi giornali, istituzioni, corporation, autorità e personaggi pubblici in ogni settore. E poi ci sono tante persone che offrono e cercano una comunicazione di maggior spessore. Sempre di più, i social network sono usati anche da aziende medie e piccole e da professionisti.

Oggi la tendenza dominante è usare i social come strumenti di evasione, ma non è detto che sarà sempre così. Forse in pochi anni o decenni i social network evolveranno in piattaforme in cui accadono anche cose più “serie”, più determinanti rispetto alle abitudini di vita quotidiane e alle esigenze del lavoro. O forse scompariranno, e al loro posto nasceranno luoghi virtuali più coinvolgenti, a cui saremo collegati costantemente attraverso interfaccia corpo-macchina. È difficile prevedere il futuro, ma credo che una volta che un bisogno è stato innescato, e che miliardi di dollari sono stati investiti per sostenere questo bisogno e guidarlo verso forme sempre più mature e complesse, sia difficile tornare indietro.

Secondo uno studio recente, fra poco più di dieci anni le strade Americane saranno invase da veicoli elettrici autonomi (cioè con autopilota) che le persone non possiederanno, ma che prenderanno a noleggio a basso costo o addirittura condivideranno con altre persone quasi gratuitamente. I veicoli privati saranno usati pochissimo (meno del 5% dei casi), e il risparmio della trasformazione da automobilista proprietario a passeggero è stimato in circa 1 triliardo di dollari all’anno (5.600 dollari a persona), un’infusione di denaro nelle tasche dei consumatori che non sembra avere precedenti paragonabili. Ci sono dati solidi che tracciano l’alta probabilità di un percorso fortemente accelerato verso il dis-possesso e la condivisione massiccia di beni e servizi. Tutto ciò significa che dovremmo smetterla di pensare troppo agli oggetti e dovremmo iniziare a pensare di più alle esperienze.

In accademia, si parla a volte di “hard sciences” e di “soft sciences”. Le prime sono la fisica, la chimica e, sempre di più, la biologia. Sono le cosiddette scienze naturali. Le seconde sono l’economia, la politica, la sociologia, la psicologia, la storia, ecc. Si tratta delle cosiddette scienze umane o sociali.

Entrambe producono conoscenze, ma le scienze dure sono come le fondamenta di tutto, su cui le scienze morbide possono svilupparsi. Sembrerebbe una distinzione di valore, e spesso è interpretata proprio così (anche da specialisti un po’ troppo campanilisti). Ma in realtà è una distinzione di ruolo. E non è al livello delle scienze dure, ma al livello delle scienze morbide che accadono i fatti più importanti per la vita di miliardi di persone. Certo, non potremo mai fare a meno delle conoscenze “hard”, perché sorreggono tutto. Ma sempre più denaro e interesse si stanno spostando verso le conoscenze “soft”.

La comunicazione e il marketing sono discipline massimamente soft, perché riguardano soprattutto la vita dei bisogni sociali, non quella dei bisogni vitali. Andiamo, lentamente ma con decisione, verso un mondo caratterizzato da più benessere, cioè dal soddisfacimento sempre più completo dei bisogni vitali essenziali. Perciò i bisogni sociali sono sempre più al centro dei desideri delle persone. E la tendenza, come accennavo, è verso un soddisfacimento di tali bisogni (per esempio i trasporti) a basso costo. Tutto ciò di cui non si riuscirà ad abbattere sufficientemente i costi di produzione e di gestione (generalmente, gli oggetti duri privati) sarà sostituito da ciò che diventerà sempre più accessibile grazie alle potenti forze sociali della condivisione e del cambiamento veloce (generalmente, i servizi morbidi pubblici o comunque condivisi). Inevitabilmente, ci sarà sempre più bisogno di comunicazione e di marketing, per diffondere i servizi in tempo reale in un mercato sempre più competitivo e di qualità.

Ma, nonostante la comunicazione e il marketing siano soft per natura, molti imprenditori (specialmente medi e piccoli) preferiscono ancora investire soprattutto in strumenti relativamente hard, cioè strumenti che possono sentire di possedere e in cui possono vedere riflessa immediatamente l’identità del loro brand. Per fare qualche esempio notevole: il sito web, compreso di una SEO potente; il logo e le grafiche; i video; in certi casi anche le app. In generale, le aziende sono meno disposte a investire in strumenti morbidi, che tipicamente si possono controllare solo in parte. Ecco una lista: i social, gli ad online, il listening, le digital PR, i blog, le newsletter, i contenuti testuali, le consulenze, i brainstorming, la definizione o ri-definizione della brand identity, la costruzione o ri-costruzione della brand awareness, il training, i report analitici e i briefing periodici.

La tendenza a preferire strumenti hard sembra dipendere soprattutto dal fatto che il marketing soft è meno appagante nel breve periodo, è meno controllabile dall’interno dell’azienda e, soprattutto, non produce confortanti e statici oggetti duri privati, ma impegnativi e dinamici servizi morbidi altamente dipendenti dalla condivisione.

Insomma, le preferenze di molte aziende verso la comunicazione e il marketing sembrano dipendere in fondo da istanze narcisistiche non troppo diverse da quelle che spingono molte persone a preferire una super car a un anno in USA. Credo che sia un atteggiamento da superare.

Eppure ciò che alla percezione comune non specialistica sembra duro, compiuto, posseduto totalmente e una volta per tutte, è in realtà non meno morbido, incompiuto, e posseduto solo in parte o temporaneamente, di ciò che è già tradizionalmente riconosciuto come morbido. Il sito va gestito, aggiornato e modificato nel tempo; i criteri della SEO cambiano in continuazione e sono sempre più tarati sul livello micro-geografico o addirittura sui singoli individui (!); la grafica e i loghi vanno aggiornati e adattati ai contesti; i video vanno distribuiti sui diversi canali; le app vanno promosse e, come tutti i software, diventano presto obsolete e vanno aggiornate. Le super car rivelano la loro vera faccia di normali utilitarie che hanno bisogno di carburante e del meccanico…

La parola d’ordine quando si investe in comunicazione e marketing (non meno che in ogni altro settore) è “sostenibilità”. Ciò è vero più che mai, perché il ritmo con cui il futuro diventa presente e il presente diventa passato è sempre più veloce. Date le tendenze della società e del mercato (ampliamento della vita online, o ibrida online-offline, rispetto alla vita solo offline; economia della condivisione a basso costo; aumento del benessere e crescente importanza di servizi che soddisfano bisogni di vita sociale; mercato sempre più esteso, dinamico e competitivo; ecc.), l’implementazione di una strategia di comunicazione e marketing digitali progressiva e aperta è sempre meno un’opzione e sempre più una necessità.

La stessa strategia di comunicazione e marketing si dovrebbe basare sulla con-divisione dei ruoli e delle competenze fra specialisti diversi, meglio se esterni all’azienda anche se in contatto costante con essa (ecco un altro aspetto dell’economia della condivisione). Investire in un sito web, per esempio, e poi provare a gestirlo direttamente o a darlo in gestione a personale generalista o sottopagato, non è quasi mai una buona idea. Il tempo e le competenze per farlo verranno a mancare prima di quanto si potrebbe pensare. Insomma, gli strumenti hard non sono per niente hard! Sono altrettanto soft degli strumenti soft, e hanno bisogno di cure continue, pena la loro trasformazione veloce in relitti digitali.

Invece che a oggetti privati monolitici dovremmo pensare a servizi condivisi, da costruire in maniera modulare e da rendere sempre più solidi attraverso un costante adattamento all’ambiente. Ci vuole prudenza, ma anche decisione e tempestività. Come dice l’ormai vecchio adagio, “se non esisti online, non esisti e basta.” La comunicazione e il marketing non sono più semplicemente mezzi di promozione: sono elementi fondamentali d’identità. E l’identità digitale è molto più fluida dell’identità fisica. Oltretutto questa è una forza, non una debolezza, perché esprime sostenibilità al cambiamento accelerato inevitabile, e dunque una vita più lunga e soddisfacente. Perciò, dimentichiamoci delle super car digitali (non esistono) e investiamo di più senza paura in viaggi digitali da condividere, sostenibili e aperti verso il futuro. Se saremo bravi a farlo, saremo riconosciuti e continueremo ad attirare l’interesse per lungo tempo.

(La condivisione è un aspetto centrale della vita moderna, e si manifesta in modi diversi. Se ti interessa approfondire l’argomento, in questo post su The Hub of Taste ho parlato della condivisione dei contenuti sui social network.)

philosophy, science, technology

Il web “a senso unico” e le sue conseguenze

surfer disappointed

“A ‘web’ of notes with links (like references) between them is far more useful than a fixed hierarchical system.” (Tim Berners-Lee, Information Management: A Proposal, March 1989 – May 1990, disponibile qui.)

Negli ultimi tempi, cerco ogni tanto di segnalare su Facebook un fatto piuttosto grave che riguarda un’importante modifica in corso nella struttura del web. Si tratta del fatto che i link “inter-sito”, cioè quelli che portano da una pagina di un certo sito a un’altra ma di un altro sito, sono sempre meno numerosi.

Questa tendenza è con ogni probabilità una conseguenza dell’implementazione massiccia di uno specifico principio di ottimizzazione dei siti per i motori di ricerca: i link che portano fuori da un sito penalizzano (o penalizzerebbero) il posizionamento di quel sito sui motori di ricerca.

La giustificazione di questo principio è che, se qualcuno arriva al tuo sito ma poi lo lascia perché clicca su un link che lo porta a un altro sito, allora probabilmente il tuo sito è poco interessante; e il motore di ricerca non gli dà molta importanza. Al motore di ricerca non sembra venire in mente che un certo sito può essere rilevante proprio perché permette di trovare altri siti interessanti grazie ai link inter-sito che ospita.

Il principio di ottimizzazione in questione e il ragionamento che lo sostiene non sembrano dunque inattaccabili. Anzi, implicano addirittura una contraddizione che menzionerò più avanti.

Intanto possiamo notare che la diminuzione dei link inter-sito ci sta costringendo a passare e ripassare necessariamente per un motore di ricerca (e specialmente per Google) per poter trovare altre pagine che parlano di un certo tema o gli indirizzi dei siti che sono solo menzionati e non linkati. Conseguentemente, la struttura del web sta cambiando da un insieme di siti interconnessi (come è stato fin dalla sua creazione) a un insieme di siti connessi a senso unico a Google o ad altri motori. Lo schema seguente cerca di chiarire il concetto.

Il web come è sempre stato finora:

Google (o motore di ricerca in generale) -> sito A
Google -> sito B
Google -> sito C
Google -> sito D
Google -> sito E

E, in più,

sito A <-> sito B -> sito C -> sito D <-> sito B -> sito E <-> sito C …

Nel web ossessionato dal ranking, la seconda caratteristica sta scomparendo.

Credo che questa tendenza stia degradando la qualità della navigazione e delle risorse facilmente accessibili. Mi vengono in mente almeno cinque ragioni a supporto di questa conclusione. Infatti, la scarsità di link inter-sito ha almeno queste conseguenze:

1) Penalizza i siti che Google (d’ora in poi lo userò per riferirmi a un motore di ricerca in generale) non considera abbastanza rilevanti ma che potrebbero ben esserlo. Questi siti, non più linkati da altri e relegati al fondo dei risultati di ricerca di Google, sono dunque destinati a rimanere (o a tornare) nell’ombra ed eventualmente a scomparire.

2) Ci rende sempre più schiavi delle keyword e delle logiche di ricerca di Google stesso, che non è affatto detto siano le migliori per trovare risorse interessanti. Anzi, è difficile che i criteri automatici usati da Google per selezionare le pagine più rilevanti in un certo ambito possano essere migliori dei criteri seguiti dagli esseri umani che inseriscono gli hyperlink a mano sui loro siti. Per esempio, pensi che siano più autorevoli le pagine che parlano di genetica suggerite da una pagina autorevole in genetica o quelle suggerite da Google?

3) Limita la libertà di fare scoperte, comprese le scoperte casuali che derivano dalla navigazione da sito a sito, hyperlink dopo hyperlink, a cui siamo abituati. Questa è stata una delle caratteristiche più interessanti di Internet e del web fin dall’inizio.

4) Dà un potere sproporzionato a un sito solo (Google o il motore di ricerca di turno).

5) Implica una navigazione meno avvincente e più lenta della navigazione da sito a sito: Google -> sito A -> Google -> sito B -> Google -> sito C -> Google …

Come accennavo, è anche interessante notare che la penalizzazione SEO dei link che portano fuori da un sito contraddice uno dei criteri più importanti di indicizzazione di un sito, cioè il numero di link che portano a quel sito (vedi gli Steps to a Google-friendly site in questa pagina del Search Console Help di Google).

Infatti, se diminuiscono i link che portano fuori da un sito, allora diminuiscono anche necessariamente i link che portano ai siti in generale (si tratta esattamente degli stessi link!), e ciò porterebbe a una penalizzazione SEO di tutti i siti. La conseguenza logica finale di questo meccanismo sarebbe l’impossibilità da parte di Google di selezionare i siti seguendo il criterio del numero di link che vi ci portano, perché tutti i link sarebbero solo intra-sito. Ma allora Google dovrebbe escludere l’importante criterio di rilevanza “link che portano al tuo sito”. E con che cosa lo potrebbe sostituire?

Non sarebbe strano se Google decidesse di dare ancora più importanza al criterio di indicizzazione principale, cioè la “lettura” diretta delle pagine da parte dei robot alla ricerca di contenuti “rilevanti”. Le virgolette intendono segnalare il fatto che oggi le intelligenze artificiali (AI) riescono sì a trovare keyword o sequenze di keyword; ma sanno anche identificare concetti, e specialmente concetti complessi? Quanto è ampia la distanza fra parole e idee, fra forme e contenuti reali?

A meno che le AI non imparino a leggere i testi come li sa leggere un essere umano istruito e dotato di capacità critiche superiori, l’applicazione diffusa di tecniche di ottimizzazione basate sulla forma potrebbe portare a un’inondazione di pagine che contengono certe parole e certe sequenze di parole, ma che in effetti sono a corto di idee e di argomentazioni. Quindi, anche se riuscissimo a evitare il web a senso unico, il rischio è un web fatto di pagine ancora meno rilevanti, in generale. È ciò che vogliamo? O possiamo sperare che le euristiche si raffinino sempre di più e che le AI evolvano in NI (“natural intelligence”, cioè intelligenze meccaniche più simili a quella umana), come promettono certi filoni di ricerca?

https://en.wikipedia.org/wiki/World_Wide_Web

philosophy

Thought-provoking visual content on Facebook

close-the-internet

Close the Internet is a Facebook page (a community) whose posts consist exclusively of works of visual art, mostly photos (due credit is generally given to the photographers).

The page’s verbal communication is limited to three messages: the page’s name, the caption on the cover photo (“Crying for the Internet”) and the page’s motto, “The most aesthetic page with the most direct purpose on the Internet.”

Indeed, while browsing the photos one has a strong impression of purpose. The visual material always seems accurately selected, as if to match a specific aesthetic style or to deliver a specific mood. There’s sadness, melancholy or loneliness in many of the visual posts by Close the Internet.

But there’s more: thought. These are often philosophical pictures, able to set an ideal background for reflection. Actual beauty at the service of possible meanings, so to say.

Try to add the page to your network (namely, give it a “like”). What are your reactions?

 

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La “Disgiunzione di Musk”: Simulazione o Catastrofe

brain in a vat

Elon Musk non è un profumo, nonostante il nome, bensì il massimo dirigente di importanti corporations come Tesla Motors e SpaceX. Musk è una figura pubblica nota, un celebre “visionary”, un termine che oggi va di moda, e che generalmente ha un senso positivo di persona che è capace di immaginare scenari futuri realistici o di pianificare il futuro in maniera intelligente e creativa. (Un tempo, in italiano si usava spesso la parola “futurologo”, ma generalmente in senso negativo o ironico.) Il nome di Musk salta fuori sempre più spesso in Rete, generalmente a proposito dei suoi progetti tecnologici, come l’auto elettrica, ormai una reltà, o i viaggi su Marte, forse non troppo lontani nel tempo. Ma adesso è una sua idea filosofica a catturare l’attenzione dei social network, e a diffondersi ormai da quasi una settimana, nella forma consueta di meme che muta velocemente.

Musk ha proposto un argomento che dimostrerebbe il fatto che potremmo arrivare a vivere in un mondo in cui non ci sarebbe più di una probabilità su diversi miliardi di vivere nella realtà naturale, che lui chiama “realtà base”. In altre parole, che in futuro il mondo potrebbe essere tale che praticamente ogni evidenza possibile sarebbe a favore del fatto che staremmo vivendo in una realtà non naturale, simulazione di quella naturale.

Musk ha proposto il suo argomento (che riporterò fra poco) durante una conferenza, in risposta a una domanda dell’audience. Guardando il video, si ha l’impressione che Musk inizi a rispondere senza troppa convinzione. Addirittura, dopo aver esposto la sua tesi, chiede esplicitamente se per caso qualcuno trovi delle falle nel suo argomento. Ma nessuno si fa avanti con un tentativo di confutazione. E poi, è lo stesso Musk a sottolineare subito che il suo è esattamente il tipo di ragionamento che normalmente nessuno si sognerebbe di fare in circostanze normali, per esempio mentre sta facendo un idromassaggio. Cioè, come diceva David Hume, che una cosa sono i pensieri che una persona può avere quando mette i panni del filosofo (o del visionary), e un’altra cosa sono i pensieri che generalmente ha quando sta lavorando o è comunque impegnata in normali attività sociali o ricreative. In ogni caso, che Musk sia veramente convinto o no del proprio argomento, eccolo, analizzato e ricostruito con tutta la cura di cui sono capace:

P1) Dato un tempo sufficiente (per esempio diecimila anni), le simulazioni (come i giochi in realtà virtuale) potrebbero diventare indistinguibili dalla realtà.

P2) In effetti, sembra che siamo diretti verso questo scenario, perché la qualità e la diffusione delle simulazioni crescono sempre di più.

P3) Possiamo dunque immaginare un tempo in cui i dispositivi di simulazione sono diversi miliardi.

C1 – P4) Ma allora la probabilità che ci troviamo nella realtà naturale sarebbe in effetti una su diversi miliardi.

P5) E sarebbe meglio che questo scenario si realizzasse, perché se invece non si realizzasse, allora significherebbe che in effetti non abbiamo raggiunto il livello di civiltà che ci aspettavamo, dato il tasso di sviluppo attuale; e dunque potrebbe darsi molto verosimilmente che qualche evento calamitoso abbia cancellato la civiltà.

C2) Quindi, o saremo in grado di creare simulazioni indistinguibili dalla realtà oppure vorrà dire che la civiltà avrà smesso di esistere.

Come si può vedere, si tratta di un argomento “complesso”, fatto di due sotto-argomenti legati, con il secondo che segue logicamente dal primo. Il primo argomento è fatto delle premesse 1, 2 e 3 e conclude con C1; il secondo argomento è fatto delle premesse 4 (perché C1 diventa una premessa) e 5, e conclude con C2. (A ben vedere, P3 segue da P2, ma possiamo anche non considerare questa complicazione, senza troppi problemi.)

A prima vista, non sembra chiaro che cosa Musk cerchi di dimostrare: (1) che potremmo arrivare a vivere in una simulazione oppure (2) che vivremmo comunque nella realtà naturale, ma ogni cosa ci suggerirebbe il contrario? Ma dopotutto questo è un problema filosofico classico, a cui generalmente si risponde dicendo che si tratta della stessa cosa. Infatti la nostra credenza attuale di vivere in una realtà naturale si basa sul fatto che ne abbiamo delle prove. Cioè, che vivere o no in una realtà naturale sembra potersi giustificare solo sulla base delle evidenze che ne abbiamo. Perciò, quando Musk dice che ci potrebbero essere miliardi di dispositivi che ci suggerirebbero che stiamo vivendo in una realtà simulata, sta effettivamente dicendo che questo equivarrebbe a vivere effettivamente in una realtà simulata.

Attenzione: Musk non sembra dire che certamente arriveremo a vivere in una situazione del genere, e nemmeno sembra dire che oggi vivremmo già in una simulazione. Eppure, quest’ultima interpretazione delle sue parole è esattamente quella che si sta diffondendo di più in Rete, probabilmente per il sensazionalismo che suggerisce. Ciò che invece Musk dice, letteralmente, è che, secondo lui, esistono solo due possibilità: o arriveremo a vivere nella situazione che descrive oppure, qualsiasi situazione diversa significherebbe che la civiltà nel senso di progresso culturale e tecnologico è finita per qualche motivo (per esempio, perché un asteroide ha colpito la Terra e il mondo dei sopravvissuti è precipitato in una specie di era post-catastrofe). Quindi Elon Musk non ha svelato un’essenza nascosta nel mondo di oggi, bensì ha proposto una disgiunzione esclusiva probabilistica riguardante il futuro.

Una volta stabilito con sufficiente certezza che cosa Musk ha effettivamente detto, possiamo preoccuparci di cercare di stabilire se ciò che dice ha davvero senso. L’argomento di Musk è ragionevole? È valido (cioè la conclusione segue dalle premesse)? È solido (cioè è valido e le premesse sono anche effettivamente vere)?

Possiamo notare subito che l’argomento non può essere valido, perché è induttivo, non deduttivo. Infatti non esprime un’inevitabilità, una certezza, bensì una probabilità. Dunque non può nemmeno essere solido, perché le premesse sono al massimo più o meno probabili, e mai vere con certezza. (Se non conosci il significato tecnico di “valido” e di “solido” in logica, allora forse la pagina Facebook L’Aringa Rossa – Tips di Pensiero Critico può esserti di aiuto — in particolare, il post del 10 maggio 2016.)

Anche se l’argomento non è valido (anche se la sua conclusione non segue necessariamente dalle premesse, e dunque non è inevitabile), tuttavia sembra “induttivamente cogente”. Il futuro immaginato da Musk non sembra troppo fantascientifico. Le probabilità di un evento catastrofico a livello globale nei prossimi 100 secoli potrebbe non essere così bassa; e forse è ancora più alta la probabilità che la nostra civiltà continui ad avanzare agli odierni tassi di sviluppo, che sono quasi esponenziali.

Se c’è un punto su cui mi sento di criticare l’argomento di Musk è che non è affatto detto che questi siano i soli scenari possibili. Per esempio, la civiltà potrebbe virare verso scenari che mantengono un contatto importante con la realtà naturale, magari proprio perché l’idea di miliardi di persone che vivono collegate a dispositivi di simulazione fa paura!

Comunque, se davvero dovessimo raggiungere un livello di “sviluppo” paragonabile a quello descritto da Musk, con ogni essere umano che vive quasi costantemente attaccato a un dispositivo che gli presenta una qualche forma di realtà simulata, allora credo che possiamo concludere con Musk che sarebbe difficile conservare la credenza che viviamo in una realtà naturale.

Ma questo implicherebbe anche credere che noi stessi saremmo delle simulazioni? È un punto importante che vale la pena cercare di chiarire al massimo. Potremmo benissimo avere degli avatar virtuali, che magari diventerebbero la nostra identità sociale principale. Ma che cosa ci impedirebbe di considerarli appunto solo come degli avatar virtuali?

Beh, per capire quanto potrebbe essere difficile credere ancora nella realtà naturale, compresi i nostri corpi, dovremmo immaginarci fra diecimila anni (o meglio, immaginare i nostri discendenti). Immaginare cioè generazioni che vengono da altre generazioni precedenti che hanno sempre vissuto collegate a delle simulazioni, in maniera sempre più vasta e quasi costantemente. Se il corpo organico fisico perdesse importanza sociale, potremmo dimenticarcene? Forse sì. Se la medicina facesse passi in avanti tali da garantire la salute e magari una vita molto lunga (due secoli, o più), o si riuscisse addirittura a tenere in vita una persona indefinitamente, allora potremmo ben dimenticarci del nostro corpo fisico, cioè di ciò che ci lega alla realtà naturale, che ce la fa percepire. Potremmo smettere di credere che abbiamo un corpo fisico, perché non ne avremmo nessuna evidenza.

Sia come sia, gli argomenti induttivi, probabilistici, sono ragionevoli fintanto che la probabilità che affermano è significativa: stiamo parlando del 51%, del 70%, del 90%, del 99,9…%? Prima parlavo in generale di probabilità non basse, ma riusciamo anche a calcolare esattamente quante probabilità ci sono che un asteroide colpisca la Terra nei prossimi diecimila anni con effetti devastanti a livello globale? O quante probabilità ci sono che la civiltà raggiunga davvero il livello previsto da Musk?

Ciò che crediamo oggi, ciò di cui oggi abbiamo evidenza sufficiente, potrebbe anche rivelarsi falso o meno probabile domani, esattamente perché la civiltà, andando avanti, potrebbe scoprire dei limiti che prima non aveva visto. Questo è sempre successo, e non sembrano esistere motivi a priori per pensare che non potrebbe succedere ancora. Le credenze di ogni epoca variano: nel Medioevo e nel Rinascimento si credeva molto più di oggi negli angeli o negli spiriti, e forse nessuno avrebbe mai capito l’argomento di Musk o il significato di una espressione come “simulazione virtuale digitale”. Quindi, forse, fra diecimila anni potremmo credere a cose molto diverse da quelle che crediamo oggi, a cose che oggi non potremmo nemmeno capire. Insomma, sembra troppo presto per trarre delle conclusioni anche solo significativamente probabili.

Invece, credo che l’aspetto più importante dell’intervento di Musk sia il suo commento, apparentemente marginale, sul fatto che dopotutto si tratta di pensieri strani che uno normalmente non ha. Questa osservazione mi ha fatto venire in mente il commento di Hume che menzionavo. Vale a dire che va bene fare speculazioni, anche audaci come quella fatta da Musk, perché come esseri umani alcuni di noi hanno bisogno di farle (e le speculazioni più brillanti di tutte segnano spesso dei momenti importanti nello sviluppo della civiltà). Ma che va altrettanto bene ricordarsi che, oltre che “filosofi”, siamo anche persone comuni, con bisogni ed esigenze comuni, ma non per questo meno importanti.

Però è anche vero che i bisogni e le esigenze fondamentali di oggi potrebbero non rimanere gli stessi. Ogni tanto dovremmo pensare a queste cose (che cosa siamo, che cosa è importante per noi, come individui e come specie). Credo che lo dovremmo fare anche per cercare di mantenere la nostra vita a contatto significativo con la realtà naturale. Altrimenti, la previsione di Musk, o qualcosa di simile, potrebbe anche avverarsi.

Insomma, possiamo anche pensare che Musk ci stia invitando a filosofare di più, per cercare di costruire il miglior futuro possibile.

(Nota: l’essenza dell’argomento di Musk risale almeno al XVIII secolo, con Berkeley; nel XX secolo è stato riproposto da Hilary Putnam attraverso l’esperimento ideale del “cervello nella vasca”, da cui hanno tratto ispirazione i registi di The Matrix, film che ripropone l’argomento aggiornandolo ai tempi delle reti virtuali.)

philosophy, science

Forbidden Colors: L’affascinante fatto dei colori (quasi) impossibili

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“Il mio amore indossa colori proibiti” (D. Sylvian e R. Sakamoto, Forbidden Colours, 1983)

Sapevi che “esistono” colori (quasi) impossibili da vedere?

In realtà, i colori in generale non esistono là fuori. I colori sono “solo” le rappresentazioni mentali di alcune onde elettromagnetiche. Come esseri umani, possiamo vedere le onde elettromagnetiche che hanno lunghezza compresa fra 390 e 700 nanometri. Il cervello interpreta le onde comprese in questa gamma come colori. I colori di base sono violetto, indaco, blu, verde, giallo, arancione e rosso, corrispondenti a onde di lunghezza crescente. Ma esistono tantissimi colori intermedi. Sembra che gli esseri umani possano vedere circa 10 milioni di tonalità diverse!

Eppure, non tutti i colori compresi fra il rosso e il violetto sono visibili. Esistono colori effettivamente impossibli da vedere, che si chiamano “colori proibiti” (forbidden colors). O forse no…

Il processo fisiologico della visione dei colori è noto da tempo. I coni della retina sono cellule che ricevono le onde elettromagnetiche. I coni si dividono in tre gruppi in base alle lunghezze d’onda a cui sono sensibili: onde corte, onde medie e onde lunghe. I segnali luminosi ricevuti dai coni arrivano al cervello, dove ci sono due tipi di neuroni specializzati a interpretarli: i neuroni del blu-giallo e i neuroni del rosso-verde (ci sono anche neuroni del bianco-nero, ma questi non sono propriamente colori). Si chiamano “neuroni doppiamente opponenti”, perché ognuno dei due tipi può solo “decidere” se un certo segnale è interpretabile come uno e uno solo dei due colori opposti su cui è specializzato. In altre parole, ogni neurone del blu-giallo deve decidere quanto blu o quanto giallo “c’è” nel segnale, sempre che “ci sia”, ma non entrambi; mentre ogni neurone del rosso-verde deve decidere quanto rosso o quanto verde c’è, sempre che ci sia, ma non entrambi.

Dunque questi neuroni si attivano in base al segnale che arriva dai coni. Per esempio, se arriva un segnale che vedremmo come arancione, allora si attiveranno entrambi i tipi di neuroni: i neuroni del blu-giallo indicheranno che “c’è” del giallo, e “quanto” ce n’è. Mentre i neuroni del rosso-verde indicheranno che c’è del rosso, e quanto. Ma, in base al segnale, potrebbero anche attivarsi solo i neuroni di un tipo.

Quindi, per il cervello umano il blu è la negazione del giallo e il rosso è la negazione del verde. Non capita mai che il cervello indichi la presenza di una tonalità intermedia fra il blu e il giallo (un “blu giallo” o un “giallo blu”), oppure di una tonalità intermedia fra il rosso e il verde (un “rosso verde” o un “verde rosso”). Cioè non capita mai che i neuroni doppiamente opponenti si attivino per indicare che dai coni sta arrivando sia un po’ di un colore sia un po’ del suo opposto. L’anatomia e la fisiologia umane non permettono di percepire certe tonalità, che infatti si chiamano “colori proibiti”.

Questo sembra un po’ contro-intuitivo. Per esempio, siamo portati a pensare che il verde è appunto un colore che nasce da una certa combinazione di blu e di giallo. O che il rosso e il verde miscelati diano varie tonalità marroncine. Ma, se in effetti i pittori miscelano regolarmente i colori in questo modo, tuttavia il loro cervello (e quello di tutti) non funziona così: non riusciamo a immaginare un “blu giallo” o un “rosso verde”. Questi due colori, e tutte le loro diverse tonalità teoriche, non esistono, né nella mente né ovviamente fuori dalla mente.

O almeno così si è creduto fino ai primi anni ’80 del XX secolo, quando due scienziati (Hewitt Crane e Thomas Piantanida) fecero un esperimento che li portò a concludere che, in certe condizioni, è effettivamente possibile vedere tonalità “blu gialle” e tonalità “rosso verdi”. I risultati di Crane e Piantanida provocarono molta sopresa e, in effetti, ulteriori esperimenti non furono in grado di confermarli.

Ma nel 2010 Vincent Billock e Brian Tsou riuscirono a trovare nuove prove dell’esistenza dei colori proibiti. Billock e Tsou proposero una versione modificata dell’esperimento di Crane e Piantanida, e scoprirono che i colori intermedi “blu gialli” e i “rosso verdi” si possono vedere, ma solo in certi casi.

billock and tsou

L’immagine è tratta dall’articolo di Billock e Tsou, e spiega come è stato fatto l’esperimento. Fondamentalmente, si tratta di fissare per un po’ due pezze di colori opposti affiancate (blu e giallo nell’immagine). Se i colori opposti hanno la stessa luminosità, allora sembra possibile vedere dei “blu gialli” che si formano a cavallo del confine fra le due pezze. Se invece i colori opposti hanno luminosità diverse, allora si vedono al massimo delle nuvole di puntini (“pixelizzazioni”) gialli sul blu e blu sul giallo.

Come si vede dalla foto a sinistra, è fondamentale mantenere fissa l’immagine sulla retina attraverso un particolare dispositivo di stabilizzazione della testa e di “eye-tracking”. Sei persone su sette sottoposte all’esperimento hanno detto di essere riuscite a vedere i colori proibiti, quando i colori opposti erano equi-luminosi, ma non quando erano di luminosità diversa. Due persone hanno detto di essere riuscite a immaginare le nuove tonalità anche dopo l’esperimento, anche se, hanno aggiunto, l’immagine mentale non era molto persistente.

Nel suo Treatise of Human Nature (1739-40), David Hume proponeva un esperimento mentale: immaginiamo una persona che, nella sua esperienza, ha visto tutte le tonalità di blu possibili tranne una. Facciamole vedere tante pezze di tonalità di blu, ordinate, dice Hume, dalla più profonda alla più chiara. Però non includiamo la pezza della tonalità che non ha mai visto. Hume dice che probabilmente la persona si renderà conto che le tonalità di due particolari pezze adiacenti sembrano più lontane fra loro delle tonalità di ogni altra coppia di pezze adiacenti. In quel punto, la persona percepirà un vuoto, dice Hume, e sostiene anche che la persona sarebbe in grado di immaginare la tonalità mancante che non ha mai visto. Questo, secondo Hume, è un caso particolare, ed è l’unica possibile eccezione che gli viene in mente alla sua teoria generale empirista che ogni idea deriva necessariamente da una impressione sensibile corrispondente.

Probabilmente a Hume sarebbero piaciute molto sia la scoperta dei colori proibiti sia quella successiva della loro probabile esistenza. Certo, Hume parla di tonalità esistenti che però una singola persona non ha mai visto. Tuttavia, la capacità, dichiarata da due dei soggetti dell’esperimento di Billock e Tsou, di immaginare i colori proibiti anche dopo l’esperimento, senza averli più presenti davanti agli occhi, supporterebbe la teoria generale di Hume, che cioè possiamo pensare solo ciò di cui, in qualche modo, abbiamo avuto esperienza.

(I risultati dell’esperimento pioniere di Crane e Piantanida furono pubblicati nel 1983 su Science. E nello stesso anno uscì la canzone “Forbidden Colours” di David Sylvian e Ryuichi Sakamoto.)

Riferimenti:

Dave Roos, How Impossible Colors Work, How Stuff Works Science (ultimo accesso: 13 giugno 2016)
AA. VV., Color Vision, Wikipedia in inglese (ultimo accesso: 13 giugno 2016)
AA. VV., Impossible Color, Wikipedia in inglese (ultimo accesso: 13 giugno 2016)
Vincent A. Billock and Brian H. Tsou, Seeing Forbidden, Scientific American, numero di febbraio 2010, pp. 72-77
David Hume, A Treatise of Human Nature, 1739-40, T 1.1.1.10 (ultimo accesso: 13 giugno 2016)
AA. VV., Forbidden Colours, Wikipedia in inglese (ultimo accesso: 13 giugno 2016)