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Protected: You Don’t Understand Me by Roxette: Form, Chords, and Scales

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You Don’t Understand Me: Il gioiello dei Roxette

You Don’t Understand Me dei Roxette (cioè Per Gessle e Marie Fredriksson) è per me un pezzo molto speciale. Uscì nel 1995, ma io lo ascoltai per la prima volta verso il 2009, in un periodo in cui non toccavo uno strumento da tempo e non ascoltavo più tanta musica.

Avevo amato la musica intensamente, e avevo anche provato a fare il musicista, con un certa soddisfazione. Ma negli ultimi dieci anni erano cambiate tante cose. Avevo continuato a fare musica saltuariamente, ma la mia mente aveva smesso di trovare passione e conforto nei suoni. Da ragione di vita, la musica era diventata un gioco.

Non mi ricordo bene come mi imbattei in You Don’t Understand Me. Però, quando penso a questo pezzo, penso anche immediatamente alle immagini del video. Perciò è possibile che io l’abbia incontrato un po’ per caso ‘passeggiando’ su YouTube.

In ogni caso, rimasi molto colpito. Conoscevo i Roxette, ma la loro musica non mi aveva mai catturato in maniera particolare. Voglio dire, avevano fatto alcune hit (The Look, It Must Have Been Love, Listen To Your Heart) che consideravo ottimi prodotti di artigianato musicale. Però la scintilla non si era mai accesa. Fino a che ho scoperto You Don’t Understand Me!

Secondo me, è un capolavoro, per tre motivi:

1. L’arrangiamento è perfetto.

Non c’è un suono sbagliato. Forse questa affermazione ti potrà sorprendere. Dopotutto come si fa a stabilire che cosa è giusto e che cosa è sbagliato in musica? Ci hanno provato per millenni, senza arrivare a una conclusione sufficientemente condivisa.

Eppure, esiste una dimensione in cui la musica è più aperta al giudizio oggettivo: è la dimensione dell’abilità artigianale che menzionavo prima. Ecco, da questo punto di vista You Don’t Understand Me non ha sbavature. Ogni nota è perfettamente al suo posto e, mentre ascolti, non fai nessuna fatica ad accettare il flusso sonoro, mano a mano che si sviluppa.

2. Il pezzo è ben bilanciato intorno al ritornello.

Ci sono tante canzoni che hanno un grande ritornello, ma una strofa debole. In questi casi, non vediamo l’ora di ascoltare il ritornello, appunto. Ma ci sono anche pezzi che partono bene e che poi si afflosciano sul ritornello.

You Don’t Understand Me non ha nessuno di questi problemi, e anzi si caratterizza per un eccellente equilibrio delle parti. Per comprendere meglio, vediamo insieme la forma del pezzo, per come mi appare:

Intro, A, B, C*, A, B, C*, D, C*, C*, Outro

La strofa A trapassa senza intoppi nel ‘bridge’ B, che si lega bene all’intenso ritornello C*. Dopo una ripetizione, segue l’interludio D: una trasposizione dell’Intro che stabilisce un legame diverso con il ritornello successivo. Questo si ripete, prima di sfociare in modo piuttosto naturale in una conclusione semplice e ariosa (Outro).

C* è dunque il ‘luogo’ verso cui tendono B, D, e indirettamente anche A. Ma è anche il climax del pezzo, perché nessuna altra sezione lo supera in intensità.

3. La linea vocale è magistrale.

Nelle hit di fine anni ’80, la voce di Marie Fredriksson esprimeva solidità e professionalità. You Don’t Understand Me svela anche un fantastico controllo dell’espressività. Il profilo della melodia è già molto piacevole, ma è il gusto interpretativo di Marie a fare la differenza, specialmente in termini di dinamiche.

 

Gli accordi sono quasi tutti triadi, e il pezzo si muove attraverso tre centri armonici principali. (Pubblicherò presto un’analisi tecnica con i dettagli.)

Mentre scrivevo questo post ho scoperto una cosa molto importante. You Don’t Understand Me fu il primo pezzo dei Roxette scritto insieme a qualcuno che non era del gruppo. E il coautore, insieme a Per, è niente meno che Desmond Child.

Forse questo nome non ti dirà niente, ma certamente conoscerai alcune delle hit che ha co-composto: I Was Made for Lovin’ You (Kiss), You Give Love a Bad Name, Livin’ on a Prayer, Bad Medicine (Bon Jovi), Dude (Looks Like a Lady), Angel, Crazy (Aerosmith), Livin’ la Vida Loca (Ricky Martin). In effetti, è stato solo nel 2016 (!) che i Roxette hanno scritto di nuovo musica insieme a qualcun altro.

Adesso mi chiedo: sarà una coincidenza oppure ho notato il pezzo proprio perché ho ‘riconosciuto’ la mano di un maestro? Be’, intanto lo riascolto con piacere (anche il video è molto bello): https://www.youtube.com/watch?v=JcxFiVL_A4g

 

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Desmond Child, co-autore di You Don’t Understand Me
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Rapture di Anita Baker: giochi musicali su diverse facce dell’amore

Era il 1989, avevo 17 anni, e solo da un paio avevo iniziato a interessarmi seriamente di musica. Frequentavo spesso un negozio di dischi locale, e compravo vinili e CD di generi diversi. Un giorno portai a casa a scatola chiusa un CD la cui copertina ritraeva una signora di colore vestita elegantemente di blu. Il venditore di dischi mi aveva assicurato che conteneva della bella musica. Si intitolava Giving You The Best That I Got (1988) e l’artista era Anita Baker.

All’epoca ero un musicista principiante. Avevo una piccola tastiera elettronica e, da pochi mesi, una chitarra acustica. Avevo anche un piccolo libro di teoria musicale, leggevo recensioni e interviste, e parlavo spesso di musica con alcuni amici più competenti di me. Ero curioso e aperto alle novità. Volevo scoprire quanti più generi musicali possibile. Ogni genere mi proiettava in un mondo emotivo diverso, e volevo capire quale musica mi trasmetteva le emozioni migliori.

Ricordo ancora bene l’effetto di quel CD. Scoprii una musica lussureggiante, morbida, intensa, elegante. Non era la prima volta che ascoltavo musica pop Afro-Americana, ma quel disco era diverso. Forse per la prima volta, identificai con chiarezza il sapore autentico del soul-R&B. Musica più sofisticata del rock, senza perdere in emotività; più facile del jazz, ma ugualmente complessa; più morbida del pop, ma non meno memorabile o ballabile.

Non lasciai passare nemmeno una settimana prima di acquistare anche Rapture (1986). Quando ascolti un album che ti piace, non vedi l’ora di ascoltare anche gli altri lavori dello stesso artista. E desideri che ogni nuova scoperta sia migliore della precedente. Giving You The Best That I Got mi era piaciuto tanto. E fu sufficiente il primo ascolto di Rapture per giudicarlo ancora più bello.

Le analogie fra i due album sono evidenti. La copertina innanzitutto, che in entrambi i casi cerca di dare un’immagine elegante dell’artista. Ma sono soprattutto le atmosfere musicali ad accomunare Rapture e Giving You The Best That I Got. In seguito ho approfondito il genere, sia come ascoltatore sia come musicista. Ma questi due lavori di Baker hanno per me un significato speciale. Trovo Rapture particolarmente affascinante perché è un po’ più scuro e malinconico del disco seguente, che invece ha un carattere più solare e commerciale.

In inglese, rapture significa un “sentimento di estremo piacere e felicità” (Oxford Advanced Learner Dictionary), e corrisponde più o meno al rapimento estatico italiano. L’album è fatto di otto canzoni d’amore:

1. Sweet Love (“Dolce amore”): una celebrazione dell’intensità amorosa.

2. You Bring Me Joy (“Mi porti gioia”): un inno alla gioia per l’amore ricevuto.

3. Caught Up In The Rapture (“Catturata dal rapimento”): l’unicità del rapimento d’amore.

4. Been So Long (“[è] Passato tanto tempo”): ricordi di un amore interrotto.

5. Mystery (“Mistero”): fidarsi dell’amore misterioso.

6. No One In The World (“Nessuno al mondo”): mai più nessuno come te.

7. Same Ole Love (“Stesso vecchio amore”): l’amore che dura intatto.

8. Watch Your Step (“Stai attento”): l’amore tradito.

Insomma, i testi parlano di situazioni abbastanza comuni e classiche dell’espressione lirica. Ma la forza e l’originalità di Rapture stanno piuttosto nell’interpretazione musicale.

Il genere soul-R&B emerge nei primi anni ’60. È un misto di Rhythm & Blues originario, gospel e jazz, e si esprime al massimo nelle produzioni della Motown di Detroit. Alla fine degli anni ’60 adotta l’abito funk, e alla fine dei ’70 il gusto musicale Afro-Americano è ormai un ingrediente standard di tanta musica commerciale in generale, sia vocale sia strumentale (fusion).

Rapture è prodotto da Michael J. Powell, che alla metà dei ’70 aveva co-fondato a Detroit i Chapter 8, il cui primo album (1979) vide anche la partecipazione di Anita Baker. I musicisti di Rapture sono turnisti di primo livello, e perciò Powell ha spesso lasciato loro carta bianca. L’efficacia del risultato dipende dunque in maniera decisiva anche dal fine lavoro artigianale di queste mani esperte. Vediamo dunque i pezzi, uno per uno. (Puoi trovare qui i dettagli sulla produzione e sui musicisti.)

Sweet Love

Un’intro di grande intensità porta a una strofa caratterizzata da calore e dolcezza. Il ritornello ruota intorno a un contrappunto netto fra sezione ritmica e voce, che alza la tensione. Dopo una seconda ripetizione di strofa e ritornello, è il momento di un bridge che tiene ben viva l’energia, prima di riscaricarla di nuovo sulla strofa. Quasi un terzo del pezzo è coperto dal ritornello finale che si ripete più volte, mentre la voce improvvisa libera finché la musica sfuma. Un’interpretazione superba che trasmette subito un livello musicale altissimo.

You Bring Me Joy

Una ballad delicata dominata dalla voce e dal pianoforte. Il gioco attento delle dinamiche stabilisce un’atmosfera fluida, che alterna frammenti acustici a parti più intense in tutti. Un solo di sax porta a un climax finale di intrecci vocali.

Caught Up In The Rapture

Dopo i primi due pezzi contrastanti, ritmato il primo e delicato il secondo, la terza canzone conferma un’atmosfera rilassata ma ben tenuta. Le percussioni e la chitarra acustica bilanciano l’energia stabile di basso e batteria. La voce canta con finezza una melodia semplice ma bella.

Been So Long

Il registro grave del basso e della voce trasmettono una calda oscurità appena illuminata dalle tastiere. L’atmosfera si schiarisce verso il secondo ritornello, su cui entra anche il rullante. Un interludio sospende la tensione, che si libera in un bridge che monta e sfocia in una strofa variata in cui la voce quasi piange. Come nel primo pezzo, quasi un terzo della canzone è fatta di un lungo finale d’improvvisazione vocale. Un pezzo di grande originalità.

Mystery

L’intro presenta un’atmosfera scura ed eterea, che però è subito dissipata da tastiere solari. Il basso della strofa scurisce di nuovo e si sposa bene con la voce malinconica. Nel bridge ritorna la solarità e il ritornello riprende un’ambientazione sospesa fra voci eteree e una sezione ritmica solida. Si ripetono strofa, bridge e ritornello. Segue un interludio fatto di intrecci vocali contrastanti e delle stesse tastiere luminose della prima parte. Torna poi l’affascinante atmosfera ambigua del ritornello, che chiude sfumando.

No One In The World

Il pezzo entra subito con una strofa a metà fra positività e malinconia. Il ritornello invita alla danza, ma in chiusura riafferma la malinconia iniziale. La seconda strofa è più energica e nei due ritornelli seguenti si aggiungono prima un coro incitante dal sapore gospel e poi un sostegno di fiati synth. L’orchestrazione vocale e strumentale raggiunge il climax e porta a una breve sezione di passaggio con vocalizzi finissimi. La sezione finale arriva improvvisa, ed è un gioco di ritmica magistrale fra batteria, basso, tastiere e, soprattutto, chitarra, fino a sfumare. Quest’ultima parte avrebbe potuto essere un finale di album perfetto. Invece no, si va avanti.

Same Ole Love

L’immediatezza del basso slap e della melodia semplice settano subito un’umore leggero. Il ritornello introduce una certa complessità ritmica. Dopo la ripetizione di strofa e ritornello, torna anche l’intro, a cui segue un bridge intenso. Si chiude con il ritornello ripetuto ad lib, con voci e basso che contrappuntano.

Watch Your Step

Il pezzo parte subito con un ritmo deciso. La strofa esprime tensione e si allaccia a un ritornello con cori gospel. Dopo le ripetizioni, il bridge cambia un po’ registro espressivo e si raggiunge il climax con la voce. Segue un breve solo ritmato di sax. Torna la strofa, che chiude sul ritornello, con la voce che sembra voler piangere. Il coro supporta il lamento e la voce ritrova energia nelle lunghe improvvisazioni finali che vanno a sfumare. Il disco è finito troppo presto, e grande è la voglia di ripetere il viaggio.

Complessivamente, la musica di Rapture è un’espressione eccellente di atmosfere contrastanti, all’insegna del miglior gusto Afro-Americano di Detroit. La malinconia che diventa rabbia, la luminosità che trapassa in oscurità, la determinazione che sostiene l’incertezza, la sensualità che si appoggia alla timidezza, la danza che celebra la vita comunque, sia quando va bene sia quando va male. È un lavoro che va ascoltato almeno una volta nella vita. Ed è facile che diventi un classico a cui tornare regolarmente.

Se ti capita di ascoltarlo, non avere paura di alzare bene il volume, e magari accompagnalo a un calice di buon vino.