square of opposition
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Negazione e Totalitarismo

Ieri su Facebook ho scritto:

Facciamo un giochino di logica. Qual è la negazione di ‘Va tutto bene’? È vietato rispondere usando la parola ‘non’. Metto like solo alla risposta giusta.

Non sapevo che cosa aspettarmi. Forse fra i miei contatti c’era anche qualcuno che aveva studiato logica, dando subito la risposta giusta. O forse la gente non avrebbe interagito, come capita su Facebook.

Invece, con mia sorpresa, diversi amici hanno partecipato al gioco! Purtroppo però nessuno ha dato la risposta giusta. In effetti, quasi sempre hanno dato la stessa risposta. Una risposta totalitaria (o totalitarista).

L’idea comune è stata evidentemente (ma forse anche abbastanza inconsciamente) che la negazione di una frase totalitaria (‘Va tutto bene’) doveva essere una frase totalitaria ma opposta. Quindi, sostanzialmente, ‘Va tutto male’, o equivalenti.  (Alcuni esempi: ‘Niente va bene’, ‘Niente è a posto’.)

Invece, ciò non è logico.

Un buon modo per spiegare che cos’è una negazione è il seguente:

Due frasi sono l’una la negazione dell’altra se e solo se non possono essere entrambe vere o entrambe false.

Perciò, ‘Niente va bene’ e ‘Va tutto bene’ non possono essere l’una la negazione dell’altra. Infatti, anche se, abbastanza ovviamente, non possono essere entrambe vere, è tuttavia possibile che siano entrambe false. È sufficiente che solo qualcosa vada bene o, equivalentemente, che solo qualcosa vada male.

E infatti la negazione di ‘Va tutto bene’ è esattamente ‘Qualcosa va male’.

Un altro modo per verificarlo è il seguente. Si prenda la frase originaria, ‘Va tutto bene’, e la si neghi con la parola ‘non’. ‘Non va tutto bene’ è certamente la negazione di ‘Va tutto bene’. (Il ‘non’ si applica all’intera frase ‘Va tutto bene’; la nega tutta, non solo una sua parte.)

Ma un problema importante (in logica e non solo) è tradurre una frase negata, come questa, in una affermazione. Che cosa vuol dire che ‘Non va tutto bene’? Vuol forse dire che va tutto male? Ma no! Vuol dire che almeno qualcosa va male.

Non fatevi confondere dal fatto che in italiano di solito si dice ‘Va tutto bene’ e non ‘Tutto va bene’. Le due frasi hanno esattamente lo stesso significato. Però, forse, se dico ‘Non tutto va bene’, invece che ‘Non va tutto bene’, è più evidente che equivale a ‘Qualcosa va male’.

La logica (nome) è logica (aggettivo), ma è raro che sia anche intuitiva. Anzi, spesso va contro il pensiero comune, tipicamente infarcito di credenze non logiche, appunto. E spesso si tratta anche di credenze totalitarie (o totalitariste).

Viviamo in un’epoca storica pesantemente caratterizzata dalle discussioni di massa sui social media e dalla comunicazione (politica, aziendale, personale, ecc.) facile e radicale. O tutto o niente. Se non tutto, allora niente.

Non rimane tanto spazio per il ‘qualcosa’ o, in altri termini, per credenze che si oppongono a un certo ‘tutto’ senza andare necessariamente a occupare tutta l’estremità opposta.

La logica svela la fallacia del totalitarismo, perché dimostra che ‘Tutto o niente’ non equivale affatto a ‘A o non-A’. Come dicevo prima, in diverse circostanze la difficoltà è spesso tradurre non-A in una affermazione che esprima davvero la negazione di A.

Ma la logica non ha solo il potere di chiarire il significato della negazione, che è il ‘connettivo’ più semplice. In effetti, può anche aiutarci a comprendere meglio forme linguistiche via via più complesse come le congiunzioni, le disgiunzioni, i condizionali (se… allora…), gli argomenti (premesse e conclusione), le catene di argomenti. Un’ottima introduzione alla logica è il libro di Piergiorgio Odifreddi Le menzogne di Ulisse. (Ben più avanzato, ma meraviglioso per visione e architettonica, è Il diavolo in cattedra, dello stesso autore.)

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Democrazia ed Efficienza

La Repubblica Italiana è nata dalle macerie materiali e morali del Fascismo e delle due guerre (mondiale e civile) che causò.

In un’atmosfera sospesa fra tragedia e speranza, i Padri Costituenti valutarono che la devastazione spirituale era stata più grave di quella materiale, e perciò concepirono la Costituzione Italiana come strumento di difesa della democrazia, più che come strumento di sviluppo economico.

Il risultato fu una netta separazione dei poteri: legislativo, esecutivo e giudiziario, più la Presidenza della Repubblica.

La configurazione istituzionale della nostra Repubblica è stata sia lodata sia criticata. Sempre più spesso negli anni i governi hanno modificato parti della Costituzione, quasi sempre spinti dall’esigenza di riequilibrare il rapporto fra garanzie democratiche ed efficienza statale, a favore di quest’ultima.

In questi tempi di profondi cambiamenti sociali, politici ed economici, è più che mai importante tenere ben presente questo equilibrio. Dobbiamo dare la precedenza a una macchina statale veloce ed efficiente o a una nazione in cui nessuno (nemmeno il partito che vince le elezioni, nemmeno il Presidente del Consiglio o i suoi ministri) può fare quello che vuole?

I Padri Costituenti non hanno avuto dubbi e, fra grandi difficoltà e ostacoli, l’Italia è diventata una delle grandi potenze economiche mondiali e ha evitato di ricadere nella dittatura. Un ‘miracolo’ che dimostra sia la complessità e l’imprevedibilità delle dinamiche storiche sia la validità pratica di certi principi filosofici.

E noi che cosa preferiamo?

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You Don’t Understand Me: Il gioiello dei Roxette

You Don’t Understand Me dei Roxette (cioè Per Gessle e Marie Fredriksson) è per me un pezzo molto speciale. Uscì nel 1995, ma io lo ascoltai per la prima volta verso il 2009, in un periodo in cui non toccavo uno strumento da tempo e non ascoltavo più tanta musica.

Avevo amato la musica intensamente, e avevo anche provato a fare il musicista, con un certa soddisfazione. Ma negli ultimi dieci anni erano cambiate tante cose. Avevo continuato a fare musica saltuariamente, ma la mia mente aveva smesso di trovare passione e conforto nei suoni. Da ragione di vita, la musica era diventata un gioco.

Non mi ricordo bene come mi imbattei in You Don’t Understand Me. Però, quando penso a questo pezzo, penso anche immediatamente alle immagini del video. Perciò è possibile che io l’abbia incontrato un po’ per caso ‘passeggiando’ su YouTube.

In ogni caso, rimasi molto colpito. Conoscevo i Roxette, ma la loro musica non mi aveva mai catturato in maniera particolare. Voglio dire, avevano fatto alcune hit (The Look, It Must Have Been Love, Listen To Your Heart) che consideravo ottimi prodotti di artigianato musicale. Però la scintilla non si era mai accesa. Fino a che ho scoperto You Don’t Understand Me!

Secondo me, è un capolavoro, per tre motivi:

1. L’arrangiamento è perfetto.

Non c’è un suono sbagliato. Forse questa affermazione ti potrà sorprendere. Dopotutto come si fa a stabilire che cosa è giusto e che cosa è sbagliato in musica? Ci hanno provato per millenni, senza arrivare a una conclusione sufficientemente condivisa.

Eppure, esiste una dimensione in cui la musica è più aperta al giudizio oggettivo: è la dimensione dell’abilità artigianale che menzionavo prima. Ecco, da questo punto di vista You Don’t Understand Me non ha sbavature. Ogni nota è perfettamente al suo posto e, mentre ascolti, non fai nessuna fatica ad accettare il flusso sonoro, mano a mano che si sviluppa.

2. Il pezzo è ben bilanciato intorno al ritornello.

Ci sono tante canzoni che hanno un grande ritornello, ma una strofa debole. In questi casi, non vediamo l’ora di ascoltare il ritornello, appunto. Ma ci sono anche pezzi che partono bene e che poi si afflosciano sul ritornello.

You Don’t Understand Me non ha nessuno di questi problemi, e anzi si caratterizza per un eccellente equilibrio delle parti. Per comprendere meglio, vediamo insieme la forma del pezzo, per come mi appare:

Intro, A, B, C*, A, B, C*, D, C*, C*, Outro

La strofa A trapassa senza intoppi nel ‘bridge’ B, che si lega bene all’intenso ritornello C*. Dopo una ripetizione, segue l’interludio D: una trasposizione dell’Intro che stabilisce un legame diverso con il ritornello successivo. Questo si ripete, prima di sfociare in modo piuttosto naturale in una conclusione semplice e ariosa (Outro).

C* è dunque il ‘luogo’ verso cui tendono B, D, e indirettamente anche A. Ma è anche il climax del pezzo, perché nessuna altra sezione lo supera in intensità.

3. La linea vocale è magistrale.

Nelle hit di fine anni ’80, la voce di Marie Fredriksson esprimeva solidità e professionalità. You Don’t Understand Me svela anche un fantastico controllo dell’espressività. Il profilo della melodia è già molto piacevole, ma è il gusto interpretativo di Marie a fare la differenza, specialmente in termini di dinamiche.

 

Gli accordi sono quasi tutti triadi, e il pezzo si muove attraverso tre centri armonici principali. (Pubblicherò presto un’analisi tecnica con i dettagli.)

Mentre scrivevo questo post ho scoperto una cosa molto importante. You Don’t Understand Me fu il primo pezzo dei Roxette scritto insieme a qualcuno che non era del gruppo. E il coautore, insieme a Per, è niente meno che Desmond Child.

Forse questo nome non ti dirà niente, ma certamente conoscerai alcune delle hit che ha co-composto: I Was Made for Lovin’ You (Kiss), You Give Love a Bad Name, Livin’ on a Prayer, Bad Medicine (Bon Jovi), Dude (Looks Like a Lady), Angel, Crazy (Aerosmith), Livin’ la Vida Loca (Ricky Martin). In effetti, è stato solo nel 2016 (!) che i Roxette hanno scritto di nuovo musica insieme a qualcun altro.

Adesso mi chiedo: sarà una coincidenza oppure ho notato il pezzo proprio perché ho ‘riconosciuto’ la mano di un maestro? Be’, intanto lo riascolto con piacere (anche il video è molto bello): https://www.youtube.com/watch?v=JcxFiVL_A4g

 

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Desmond Child, co-autore di You Don’t Understand Me
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Come usare la logica, la matematica e la scienza per comporre testi

In questo breve articolo vorrei solo introdurre un tema vasto. Perciò mi limiterò a fare pochi esempi, che spero siano sufficienti a instradare verso uno specifico stile di scrittura e di comunicazione.

Usare la logica

Tantissimi testi (articoli di giornale, libri, blog post, ecc.) seguono uno stile di esposizione ‘lineare’. Con questo aggettivo intendo riferirmi al fatto che il discorso si sviluppa accostando le frasi una dopo l’altra in modo da formare delle congiunzioni, secondo uno schema del tipo:

Frase A & Frase B & Frase C & … & Frase Z.

Il simbolo ‘&’ indica un punto fermo, o una cesura equivalente, che separa le frasi senza che intervengano altri termini ‘logici’ di collegamento (spiegherò meglio sotto che cosa intendo dire esattamente).

Il risultato di questa scelta è un discorso piatto, senza tanta profondità logica, che annoia presto, è poco incisivo e risulta difficile anche da organizzare internamente (sia dal punto di vista dello scrittore sia da quello del lettore).

Meglio invece cercare di adottare uno stile ‘gerarchico’, che distingue le frasi per importanza relativa e che ne esplicita le mutue relazioni di dipendenza. Essenzialmente, si tratta di distinguere in maniera esplicita e chiara le frasi che fungono da premesse dalle frasi che fungono da conclusioni. Lo stile gerarchico aiuta a stabilire la divisione in paragrafi e a ottenere un’esposizione stratificata, dotata di profondità logica, più avvincente, e più convincente.

L’esposizione gerarchica usa regolarmente e opportunamente parole o espressioni che segnalano la distinzione logica fra premesse e conclusioni. Ecco alcuni schemi tipici (dove A e B sono frasi qualunque):

“A, perché B.”
Dato A, B.”
“A. Di conseguenza B.”
Da A segue che B.”
Se A, allora B.”
“A. Infatti, B.”

Usare la matematica

Il rigore tipico del discorso matematico dipende innanzitutto dall’uso di termini definiti nella maniera più precisa possibile e simbolizzati sempre nello stesso modo: se inizio un ragionamento chiamando x una certa variabile, allora è bene continuare a chiamarla x, e non rinominarla y o z senza buone ragioni.

Ma anche componendo un discorso non matematico e in linguaggio naturale bisognerebbe cercare di usare termini dal significato ben definito, ed evitare il più possibile le ambiguità (più significati) o le vaghezze (nessun significato preciso).

I termini poi dovrebbero essere selezionati con cura (p.es., termini comuni vs termini rari; termini carichi di ideologia vs termini più neutrali, ecc.) e, una volta scelto un termine, bisognerebbe continuare a usarlo per esprimere la stessa idea, invece di adottare un supposto sinonimo. Infatti, troppa varietà o ricercatezza terminologica giovano più all’impatto retorico del discorso che alla sua chiarezza.

Se non si è abituati, è facile risultare monotoni o rigidi. Ma la pratica aiuta a coniugare il rigore con il colore, specialmente se ci si preoccupa anche di costruire discorsi dotati di profondità argomentativa (vedi quanto detto sopra a proposito della logica).

Usare la scienza

La grande lezione della scienza moderna è che una teoria è valida (è scientifica, appunto) solo se è internamente consistente ed è supportata da fatti (o almeno se è possibile concepire un modo per provarla/confutarla).

Un discorso prescrittivo, che propone soluzioni o suggerisce punti di vista su qualcosa, dovrebbe far leva sia sulla logica sia sulle evidenze. E dunque è bene abituarsi a giustificare ciò che si sostiene, fornendo buoni ragionamenti o prove empiriche a supporto.

Un modo molto diffuso di appoggiarsi all’esperienza è riportare dei dati statistici. Purtroppo però il ricorso alle statistiche è anche uno dei modi più diffusi per presentare prove ingannevoli. Con le statistiche si può mentire in tanti modi, perché diversi metodi di indagine o di presentazione dei dati possono produrre risultati diversi, anche opposti.

Perciò, prima di citare una certa statistica è bene spendere del tempo per capire il più possibile il significato e la rilevanza effettiva dei numeri e delle percentuali. L’ottimo libro di Daniel Levitin Weaponized Lies: How to Think Critically in the Post-Truth Era contiene anche una guida dettagliata alla lettura delle statistiche.

In generale bisognerebbe sempre prestare molta attenzione alla forza delle ragioni che un discorso suggerisce. Bisognerebbe acquisire l’abitudine di relativizzare i fatti e le ragioni in maniera opportuna, attraverso termini come “spesso”, “di solito”, “a volte”, “raramente”, ecc. Oltretutto, un discorso che riesce a relativizzare bene è meno attaccabile di un discorso che assolutizza in maniera ingenua o premeditata.

Concludendo

Mi fermo qui, perché come dicevo la mia intenzione con questo breve pezzo è solo suggerire un approccio alla scrittura senza svilupparlo nei dettagli.

Un modo per approfondire è prendere un articolo di giornale o un blog post e leggerlo andando alla ricerca degli aspetti logici, matematici e scientifici che ho cercato di descrivere.

L’esperienza mi ha insegnato che di solito i testi in inglese si conformano di più a questi criteri di quanto facciano i testi in italiano, in francese, in tedesco o in altre lingue. Le ragioni sono sia linguistiche in particolare sia culturali e storiche più in generale. Buon lavoro!