È post-vero, dunque sono: post-verità e persuasione

Credits: Martin Shovel
Image Credits: Martin Shovel

La definizione ufficiale di post-verità come data nel sito Oxford Dictionaries è: “relativo a o denotante circostanze in cui i fatti oggettivi sono meno influenti nel formare l’opinione pubblica di appelli a emozione e credenza personale”. Si noti anche che si tratta di un aggettivo, e non si fa menzione di un uso nominale assoluto (“la post-verità”).

Ma si sta diffondendo un’interpretazione che si discosta da questa definizione. Infatti, il termine “post-verità” è usato sempre più spesso nel senso di “relativo a o denotante circostanze in cui non è possibile stabilire fatti oggettivi”, cioè come sinonimo dell’aggettivo “relativista”. Altrettanto spesso, il termine è usato come nome, e in particolare appunto come sinonimo di “relativismo”.

La pagina di Oxford Dictionaries chiarisce che il prefisso “post” in “post-verità” è da intendere nel senso di “appartenente a un tempo in cui il concetto specificato è diventato non importante o irrilevante.”

Dunque, l’interpretazione relativista non sembra corretta (anzi, cercherò di dimostrare che semmai è vera l’interpretazione opposta).

Anche accettando la funzione nominale (in realtà non mi sembra un grosso problema, e anzi lo trovo utile), “post-verità” non indicherebbe una perdita di senso dell’oggettività (come invece afferma il punto di vista relativista), bensì una perdita di valore dei criteri empirici e razionali di definizione dell’oggettività.

Dire che qualcosa è post-vero non equivale a dire che non è possibile verificarlo o falsificarlo, bensì che si è portati a crederci o no indipendentemente dal fatto che sia vero o falso. Se ciò suona come una contraddizione, è perché in un certo senso lo è. Infatti, come si può credere a qualcosa indipendentemente dal fatto che sia vero o falso? Evidentemente, se si crede a qualcosa, allora si crede che sia vero. Ma è sempre così?

Più che una proprietà delle cose la post-verità è un atteggiamento mentale e, in particolare, è la tendenza a valutare qualcosa in maniera emotiva o in accordo a credenze personali che si possiedono già. In breve, in maniera irrazionale e prevenuta.

Credere a qualcosa sulla base delle emozioni che suscita o perché conferma certe convinzioni non equivale necessariamente a credere che qualcosa sia vero, cioè che corrisponda a un fatto reale. La post-verità sembra esprimere più propriamente un senso alternativo ed esteso del verbo “credere”, che fonde la credenza con cose come desiderio, sogno, amore, tendenza, e fede.

Raramente una post-verità ha la forma di un oggetto compatto e trasparente; per esempio, la forma di una proposizione composta da un soggetto e un predicato dal significato chiaro. Generalmente è invece qualcosa di opaco e fluido; un aggregato poco definito di elementi di varia natura, messi insieme per cercare di suscitare emozioni invece che pensieri, per richiamare credenze antiche e largamente ingiustificate invece che credenze mature e basate sull’esperienza o la logica.

La post-verità è spesso trasmessa attraverso metafore, immagini, memi, massime, allusioni. Si tratta di mezzi perfetti per introdurre vagamente un concetto senza poi discuterlo e senza stabilire delle conclusioni nette. Infatti, è fondamentale lasciare un vuoto da riempire con emozioni o pregiudizi.

Quando dico che la post-verità è qualcosa di “fluido”, ho anche in mente un possibile collegamento con il concetto di “persuasione liquida”, che cito in un mio post sulla mia pagina Facebook L’Aringa Rossa – Tips di Pensiero Critico.

È un idea proposta dal filosofo James Garvey nel suo libro The Persuaders. Sostanzialmente, Garvey sostiene che i tentativi di persuasione si stanno raffinando verso forme sempre più subdole, e che addirittura non appaiono nemmeno come tentativi di persuasione, bensì come semplici risonanze di ciò che già crediamo. Secondo Garvey, le tecniche di persuasione del futuro saranno così personalizzate, così accuratamente targetizzate che, anche grazie a nuove tecnologie di diffusione e di comunicazione, si integreranno impercettibilmente con le nostre credenze e ci sembrerà di essere non i destinatari del messaggio ma proprio i suoi autori.

La post-verità mi sembra insieme una prima manifestazione e un framework ideale di questa visione distopica. È post-vero e dunque ci credo; anzi, ci ho sempre creduto; anzi, sono (come dice la prima parte un po’ post-vera del titolo di questo articolo).

Tutto ciò sembra anche distinguere abbastanza nettamente la post-verità dal relativismo, e ne svela invece l’essenza retorica e dogmatica.

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