ESMA: Per non dimenticare

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Una storia del più famoso e terribile centro di detenzione per “sovversivi” durante l’ultima dittatura militare in Argentina (1976 – 1983), raccontata attraverso l’esperienza di una visita guidata.

Era da tempo che desideravo visitare uno dei luoghi simbolo della violenta repressione sociale e politica che ha caratterizzato in maniera emblematica l’ultimo regime militare argentino (1976-1983). All’epoca ero ancora un bambino, ma ricordo bene quando al telegiornale si parlava di desaparecidos (gli “scomparsi”) e della Guerra delle Falkland/Malvinas. Nei primi anni 2000 vidi Garage Olimpo, il film di Marco Bechis che drammatizza i fatti accaduti nel Centro Clandestino di Detenzione (CCD) noto come El Olimpo, a Buenos Aires. In seguito ho letto alcuni libri di storia e ho avuto l’occasione di visitare l’Argentina per quattro volte.

Ci andai per la prima volta nel gennaio del 2004, e incontrai un paese ancora scosso dalla grave crisi economica di due anni prima. Un amico portò me e la mia compagna a fare un giro in macchina in città, e a un certo punto passammo davanti alla famigerata ex-ESMA. Per circa settanta anni, la Escuela Superior de Mecánica de la Armada ha formato generazioni di ufficiali e sottufficiali della marina militare argentina. Nel 1976, con l’instaurazione della dittatura militare autodefinitasi Proceso de Reorganización Nacional, una parte della Escuela fu convertita a centro di “detenzione” per “sovversivi” politici. Le virgolette vogliono segnalare il fatto che in entrambi i casi si tratta di eufemismi ufficiali, come vedremo.

Confusi pensieri foschi misti a qualche ricordo dell’agghiacciante film di Bechis attraversarono la mia mente mentre sfilavamo davanti al sito, un vasto complesso recintato di edifici bianchi con i tetti rossi. Sentii il bisogno di dare più concretezza alla mia immaginazione, ma all’epoca non era ancora possibile visitare nessuno dei luoghi in cui si è svolta gran parte della tragedia di tanti desaparecidos e di pochi che ebbero la fortuna di “riapparire”. Così, misi da parte la mia curiosità, sincera ma probabilmente anche un po’ morbosa, e passai i giorni in città dedicandomi ad attività ben più solari, come assistere a spettacoli di tango, fare lunghe passeggiate, mangiare bistecche di manzo e passare ore piacevoli insieme alla mia compagna, agli amici e ai parenti. Certamente durante la dittatura tanti argentini facevano lo stesso. Molti di loro erano ignari dei fatti terribili che accadevano a pochi passi; altri erano increduli o sospettosi; altri, troppo spaventati anche solo per pensarci, non ebbero mai il coraggio di reagire.

Ripensandoci, per me è stato un bene lasciare sedimentare il mio interesse. Passarono gli anni e tornai in Argentina altre due volte. Imparai piano piano a conoscere meglio questo paese e ad amarlo. Quest’anno, ci sono tornato per la quarta volta. È stato a gennaio, in piena estate, come avevamo sempre fatto. La cosiddetta Era K (dall’iniziale di “Kirchner”, il cognome degli ultimi due presidenti del paese, marito e moglie), caratterizzata da forti dosi di nazionalismo, protezionismo e populismo, era appena terminata. Alla fine del 2015 si era insediato un nuovo presidente, Mauricio Macri, liberale e con l’idea di riaprire l’Argentina al mondo. I Kirchner hanno fatto certamente delle scelte politiche, sociali ed economiche piuttosto discutibili. Però hanno anche fatto alcune cose buone. Fra queste, evitare la demolizione di molti ex Centri Clandestini di Detenzione e convertirli in spazi culturali, a preservazione della memoria storica. Il principale è proprio la ex-ESMA, all’estremo nord di Buenos Aires, istituito poco tempo dopo la mia prima visita in Argentina (fine marzo 2004). 

Decidiamo dunque, la mia compagna e io, di visitare il centro. Girare in autobus per Buenos Aires sotto il sole estivo è bellissimo. Ma quel giorno pioveva. Il cielo cupo sembrava quasi presagire le cose oscure che avremmo scoperto di lì a poco e che ancora faccio davvero fatica a credere.

Quando sento parlare degli orrori nazisti, ho sempre come una sensazione di distanza, come se fossero stati commessi più di un secolo fa. Eppure sono passati solo ottanta anni. Invece, quando sento parlare dei desaparecidos, mi sembra ieri, eppure sono passati quaranta anni. Forse è perché ho solo 44 anni e all’epoca ero già nato e, come accennavo, abbastanza consapevole. Ma è anche perché il mondo a cavallo degli anni ’70 e ’80 non mi sembra poi così diverso dal mondo di oggi.

A Buenos Aires si vive spesso la sensazione di essere tornati indietro nel tempo, ma non troppo. Certo, ci sono anche i quartieri moderni, i grandi centri commerciali, una metropolitana in espansione, i locali pubblici con il Wi-Fi. E ci sono tante testimonianze della Buenos Aires della fine dell’800 e dei primi decenni del ‘900, forse l’epoca più gloriosa della storia della città e della nazione. Ma a me piacciono di più le calles e le avenidas di quei barrios in cui si respira aria di vita borghese nella seconda metà del XX secolo. È uno stile urbano e architettonico che mi ricorda la mia infanzia. Buenos Aires è una metropoli ma spesso ha l’aspetto di una cittadina come quella in cui sono nato, da quest’altra parte dell’Atlantico. Più di metà degli argentini sono di origine italiana, e a ogni angolo si possono percepire tracce della nostra cultura. Credo che questa sia una delle ragioni che mi fanno sentire vicina la storia dei desaparecidos. Una storia quasi indicibile, che spesso iniziava proprio sotto casa della gente comune o addirittura dentro casa. È una storia di “ordinaria follia”, e dunque per me è ancora più spaventosa. E pensare che in Italia, in quegli stessi anni, verso la fine degli anni ’70, abbiamo rischiato di vivere esperienze simili.

Il colectivo (così si chiamano gli autobus a Buenos Aires) ci lascia proprio davanti al cancello dell’Espacio Memoria y Derechos Humanos, il nuovo nome della ex-ESMA. Lo spazio ospita musei, biblioteche e istallazioni artistiche, tutti in qualche modo legati alla preservazione del ricordo di quegli anni drammatici. Visitiamo prima il museo dedicato alle Malvinas (storia, geografia, natura, guerra contro il Regno Unito del 1982) e poi ci dirigiamo verso il Casino de Oficiales, l’edificio che ha ospitato il Centro Clandestino di Detenzione, il più grande, longevo e famigerato  del paese. Percorriamo un tetro viale alberato su cui si affacciano su entrambi i lati i resti fatiscenti di un ospedale militare. Ogni dieci metri circa c’è un pannello che riporta la foto e una breve biografia di una delle tante persone di cui si perse traccia durante gli anni dell’ultima dittatura militare: i cosiddetti desaparecidos. Alla fine del viale, giriamo a destra e ci troviamo di fronte al Casino, un edificio a tre piani dalla pianta a forma di E costruito negli anni ’20, come tutto il resto del complesso.

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Il Casino de Oficiales, sede del principale Centro Clandestino di Detenzione argentino (1976 – 1983).

La repressione dei “sovversivi” fu pianificata con agghiacciante freddezza sistematica, come se fosse un dovere civico, sotto l’insegna di un accordo segreto internazionale per combattere il comunismo denominato “Piano Condor”, che coinvolgeva Argentina, Cile, Uruguay, Paraguay, Bolivia e Brasile. I militari argentini si sentivano dei patrioti che stavano salvando la nazione da un’insana deriva comunista o peronista. Il risultato finale della repressione statale fu la “sparizione” di un numero imprecisato di persone (le indagini vanno avanti, ma sembra che furono almeno 15.000 e forse addirittura 30.000).

Visitare la ex-ESMA è stata un’esperienza intensa e perciò è difficile da raccontare. Le foto che accompagnano questo post le scattai quel giorno al Casino de Oficiales. Ritraggono gli ambienti che ospitarono nel tempo migliaia di detenuti politici e spero che aiutino a inquadrare meglio i fatti di cui parlerò. Come scoprii durante la visita, i distinti ambienti del centro di detenzione della ex Escuela Superior de Mecánica de la Armada rappresentano in maniera esemplare e tipica altrettante fasi distinte del processo di repressione.

Il Casino de Oficiales della ESMA iniziò a operare come centro di detenzione dei “sovversivi” già il primo giorno dell’instaurazione della dittatura militare, il 24 marzo 1976. Il centro rimase in funzione ininterrottamente fino a pochi giorni prima della caduta della dittatura, il 10 dicembre 1983. La responsabilità di tutte le fasi del processo repressivo che faceva capo a questa struttura era affidata al cosiddetto Grupo de Tareas 3.3.2, composto da più di cento persone fra ufficiali e sottufficiali della marina militare e personale di altra provenienza (esercito, polizia federale).

La repressione iniziava con il sequestro (non si può parlare di arresto, perché non c’era nessun mandato). Il Grupo agiva in ogni momento del giorno, sia nelle ore diurne sia nelle ore notturne. Tipicamente, almeno due dozzine di militari armati pesantemente si recava a bordo di diversi veicoli sul luogo in cui si sapeva o si sospettava, sulla base di informazioni della intelligence, che poteva trovarsi il sovversivo ricercato (luoghi di lavoro, abitazioni, luoghi pubblici di frequentazione abituale). Il sovversivo era catturato, ammanettato, incappucciato, e condotto alla ESMA. Il Casino de Oficiales si trova all’estremo nord del complesso di edifici che formano la ex-Escuela, e dista solo pochi metri dal perimetro esterno e dunque dalla trafficatissima Avenida del Libertador e da altre strade secondarie. Per non dare nell’occhio, il veicolo che portava il sequestrato parcheggiava in un cortile sul retro del Casino.

Il sequestrato, sempre incappucciato e ammanettato, veniva portato immediatamente nel sotterraneo del Casino de Oficiales, il Sótano, a cui si accedeva direttamente dal cortile attraverso una rampa di scale. Il Sótano è oggi un salone ampio e vuoto, dal soffitto basso retto da alcune colonne, scarsamente illuminato da piccole finestre. Al tempo però era diviso con tramezzi in diversi ambienti più piccoli. Dopo l’ingresso nel Sótano, al prigioniero veniva assegnato un numero e gli si comunicava che da quel momento non sarebbe più stato chiamato per nome. Subito dopo, il prigioniero subiva un primo interrogatorio preliminare “leggero” che aveva lo scopo di ottenere informazioni utili alla cattura di altri sovversivi. Se il prigioniero rifiutava di parlare o se nasceva il sospetto che non stesse dicendo tutta la verità (circostanze che corrispondono alla quasi totalità dei casi noti), allora veniva condotto in una di quattro piccole camere tramezzate, e lì veniva interrogato sotto tortura. Questa era tipicamente di tre tipi: colpi ripetuti a mani nude o con oggetti vari; soffocamento controllato ripetuto; shock elettrico ripetuto per mezzo della picana eletrica.

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La scala che portava dal cortile esterno al Sótano, lo spazio riservato agli interrogatori sotto tortura.

Dato il tema molto disturbante, nel resto del post non mi soffermerò sui dettagli della tortura alla ESMA. È sufficiente aggiungere che era ovviamente un’esperienza terribile, che poteva continuare per ore e ripetersi per diversi giorni consecutivi, o anche a distanza di giorni. A volte il sequestrato era effettivamente un membro di una delle due organizzazioni terroriste che operavano in Argentina da qualche anno (l’Ejército Revolucionario del Pueblo, marxista, e i Montoneros, peronisti), e dunque sapeva di essere ricercato e si aspettava di essere catturato e probabilmente torturato. Molti di questi terroristi morirono già durante la fase del sequestro, perché riuscivano a ingoiare una pastiglia di cianuro che tenevano sempre a portata di mano. Ma tantissimi considerati sovversivi erano invece militanti politici pacifici, studenti universitari o delle scuole superiori (dunque anche minorenni), insegnanti, giornalisti, avvocati, operai, impiegati, ecc., uomini e donne di ogni età che mai si sarebbero aspettati di passare in pochi minuti dalla normale vita quotidiana all’inferno. In ogni caso, gran parte delle persone cedeva alle torture e confessava qualsiasi cosa che gli aguzzini volevano che confessasse. Però si ha anche notizia di diverse persone che sopportarono la tortura senza parlare.

Dopo la sessione di tortura, il prigioniero era portato fuori dal Sótano, e condotto fino al sottotetto del Casino de Oficiales. In un’ala del sottotetto era stato allestito il dormitorio dei detenuti, la cosiddetta “Capucha”, cioè “cappuccio”. Il nome è perfetto perché gli spioventi del sottotetto del Casino sono molto ripidi e sembra davvero di stare sotto un grande cappuccio. Ovviamente il nome richiama anche il cappuccio dei prigionieri. Questi erano costretti a rimanere sdraiati, a diretto contatto con il pavimento, in nicchie individuali separate l’una dall’altra da bassi pannelli di compensato. Non potevano mettersi seduti né parlare, erano sempre incappucciati, ammanettati e spesso incatenati alle caviglie. Una stretta scala portava su dalla Capucha a un’altra parte del sottotetto, più piccola: si chiamava Capuchita, ed era usata specialmente per alloggiare i prigionieri in esubero.

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La Capucha. I detenuti dormivano direttamente sul pavimento.

Esistono migliaia di pagine e tantissime ore di video-registrazioni di testimonianze che i sopravvissuti alla repressione hanno rilasciato di fronte ai giudici, durante i diversi processi ai militari che si sono tenuti in diverse occasioni, da quando nel 1983 in Argentina fu restaurata la democrazia a oggi. Queste testimonianze contengono numerosi dettagli di ogni tipo sulla “vita” nei centri di detenzione. Dal cibo, alle condizioni igieniche e sanitarie, ai rapporti fra i prigionieri e i militari, al funzionamento specifico e generale del processo repressivo. Fra i dettagli più toccanti, l’abitudine dei militari di rapire i figli delle detenute nati proprio nei centri. Molte prigioniere infatti erano sequestrate mentre erano incinte, e la detenzione durava spesso diversi mesi. Alla ESMA, queste donne erano costrette a partorire in condizioni estreme in due salette mal equipaggiate poste fra la Capucha e i bagni per i prigionieri. I neonati erano immediatamente portati via e affidati con documenti falsi alla famiglia di un militare.

Oltre la Capucha, passando per il “reparto maternità” e per l’area dei bagni, si arrivava al Pañol (“dispensa”) uno spazio del sottotetto in cui i militari accumulavano tutti gli oggetti che avevano trafugato dalle abitazioni dei prigionieri durante o dopo il sequestro: mobili, elettrodomestici, vestiti, libri, ecc. I militari avevano anche creato delle agenzie immobiliari che servivano a gestire il passaggio di una proprietà da un prigioniero a un militare. Ovviamente a titolo gratuito e sotto costrizione. Questo aspetto del sistema repressivo testimonia chiaramente l’intenzione frequente di impedire da subito al prigioniero il ritorno alla libertà.

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Una delle salette in cui le detenute incinte venivano fatte partorire. Sul pavimento si legge “Come era possibile che in questo luogo nascessero bambini?”

La parte rimanente del sottotetto era riservata alla cosiddetta “Pecera”. Quest’area era stata tramezzata in modo da ricavare diverse camerette adibite a uffici, dove alcuni prigionieri erano costretti a compiere lavori forzati di tipo intellettuale o di ufficio per conto del regime. Per tenere sotto controllo i prigionieri al lavoro, i muri di questi spazi erano di vetro o di plastica trasparente. Da cui il nome, Pecera, cioè “acquario”. I lavori potevano essere di vari tipi: falsificazione di passaporti, traduzione di giornali e riviste stranieri che parlavano dell’Argentina, redazione di documenti e comunicati, scrittura di articoli di giornale, ecc. Un prigioniero sopravvissuto fu addirittura prelevato dalla ESMA, portato a intervistare l’allenatore della nazionale di calcio argentina (in occasione del Mondiale del 1978), e poi riportato alla ESMA, come se niente fosse. La Pecera è la prova lampante che i militari non erano in grado di gestire da soli la comunicazione e la propaganda, e che il sequestro di migliaia di intellettuali aveva anche lo scopo di acquisire manodopera gratuita e totalmente sottomessa.

La tortura sistematica, le condizioni inumane del dormitorio, la confisca dei beni, i parti ad alto rischio, il rapimento di bambini, e i lavori forzati non esauriscono le brutalità della detenzione. Si ha anche testimonianza di altre forme di violenza e di umiliazione. Per esempio, molte donne subirono abusi sessuali, e spesso furono addirittura costrette ad accompagnare gli ufficiali a cena fuori in qualche ristorante della città, come “dame di compagnia”. Nessuna trovò mai il coraggio di ribellarsi e di provare a scappare. A distoglierle c’erano non solo la paura di ripercussioni dirette in caso di fallimento, ma anche le minacce concrete contro le loro famiglie, o i loro amici e conoscenti, in caso di successo. Era un incubo senza apparente via d’uscita. Molti dei sopravvissuti hanno anche parlato di simulazioni di fucilazioni e di militari che si divertivano a puntare la pistola scarica alla testa dei prigionieri e a tirare il grilletto.

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I bagni dei prigionieri, accanto alla Capucha. Uno degli ambienti più spettrali, preservato esattamente nelle condizioni in cui era durante il funzionamento del Centro.

Un’altra pratica frequente erano i cosiddetti paseos, le “passeggiate”. Dopo un certo tempo di detenzione, alcuni prigionieri erano selezionati e portati in giro per la città per aiutare i militari nel riconoscimento di altri “sovversivi”. Generalmente, come risulta dalle testimonianze, i prigionieri avevano ancora la forza d’animo di fare finta di non riconoscere i ricercati che gli venivano mostrati attraverso i finestrini dell’auto.

Al piano terra del Casino de Oficiales c’era una cabina telefonica dalla quale, poco dopo il sequestro, i prigionieri erano costretti a chiamare le loro famiglie, e a dare nel contempo rassicurazioni false sulla loro condizione e avvertimenti di lasciare da parte qualsiasi tentativo di denuncia o di ricerca. La repressione era organizzata in modo che porzioni ampie della società rimanessero totalmente o parzialmente ignare di che cosa stava succedendo.

Sempre al piano terra, c’è un grande salone, che era chiamato Dorado, in cui i membri del Grupo de Tareas addetti alla intelligence raccoglievano l’informazione e la processavano. Tutto iniziava con la raccolta di informazioni che portavano a identificare qualcuno da sequestrare. L’informazione ulteriore ottenuta attraverso gli interrogatori sotto tortura era elaborata e confrontata con altre informazioni. L’informazione risultante era usata per compiere un altro sequestro, e così via. L’obiettivo finale era lo “annichilimento”, come si diceva ufficialmente, della “sovversione”. Niente spiega la portata dell’operazione come le parole pronunciate nel 1977 dal generale di brigata Ibérico Saint-Jean: “Prima uccideremo tutti i sovversivi [cioè i terroristi], poi uccideremo i loro collaboratori, poi i loro simpatizzanti, poi tutti gli indifferenti e, infine, uccideremo i timidi”.    

Dopo un certo tempo di detenzione, ad alcuni prigionieri era comunque concesso di visitare i familiari e, a volte, potevano addirittura passare diversi giorni fuori dalla ESMA, sempre però sotto la sorveglianza dei militari. Chi aveva la fortuna di essere finalmente liberato definitivamente, veniva avvertito di non raccontare niente a nessuno, pena altra detenzione, la morte, o ripercussioni su familiari o amici. Dopo la fine della dittatura però gran parte dei sopravvissuti ha trovato il coraggio di raccontare la sua esperienza, ed è soprattutto grazie a queste persone che posso scrivere questo post.

La maggior parte dei detenuti che passarono per il Centro però non fu rimessa in libertà. In migliaia subirono invece il cosiddetto “traslado”, che letteralmente significa “trasferimento”. Fondamentalmente, verso sera il prigioniero era prelevato dalla Capucha e condotto giù nel Sótano dove, accanto alle camere di tortura, c’era un’infermeria. Qui gli veniva somministrato un potente anestetico e poi era portato fuori nel cortile della ESMA e caricato su camion militari. I camion trasportavano i prigionieri sedati fino all’aeroporto cittadino, che si trova a pochi minuti dalla ESMA. Qui i prigionieri erano caricati su aerei della marina militare, che volavano fino a raggiungere il mare aperto. I prigionieri, più o meno ancora sedati, erano gettati dall’aereo e morivano impattando il mare da alta quota o annegavano. I traslados, anche noti come “voli della morte”, avvenivano quasi tutte le settimane e quasi sempre di mercoledì. Fu così che morirono la maggior parte dei detenuti alla ESMA, i cui corpi non furono mai ritrovati proprio perché dispersi in alto mare. È stato calcolato che fra il 1976 e il 1983 passarono per la ESMA circa 5000 persone, di cui solo 500 tornarono a casa.

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La principale rampa di scale del Casino de Oficiales. Collegava il piano terra con la Capucha ma anche con gli alloggi degli ufficiali.

Il prigioniero era rimesso in libertà o ucciso secondo logiche ancora poco chiare. Si ha notizia di pochissimi casi di sospetta collaborazione di qualche prigioniero con i militari. Anche se fossero veri, non bisogna dimenticare che si trattava comunque di persone che quasi certamente avevano subito torture o minacce di trattamenti ancora più agghiaccianti, diretti a loro o alle loro famiglie.

Oltre alla visita diretta dei luoghi che ho descritto, alle spiegazioni delle guide, alle notizie riportate sui pannelli esplicativi istallati nei vari ambienti del Casino de Oficiales, le informazioni contenute in questo post derivano anche dalla lettura di diversi documenti, atti processuali, e video registrazioni delle testimonianze dei sopravvissuti, tutti disponibili gratuitamente online. Ho cercato di selezionare l’informazione nel modo più accurato possibile, perché si tratta di fatti non privi di contestazione da parte degli accusati, dei militari argentini in generale, o dei loro simpatizzanti. Molti dei responsabili della repressione sono stati arrestati, processati e condannati, quasi sempre ognuno a più ergastoli, per delitti di lesa umanità. Altri sono morti e altri non sono stati ancora identificati. I processi continuano (sono in corso la terza e la quarta parte della Megacausa ESMA, iniziata nel 2007), e la ex Escuela Superior de Mecánica de la Armada è insieme uno spazio della memoria visitabile e una prova processuale di ciò che è successo.

Nonostante l’evidenza schiacciante delle tantissime prove e delle centinaia di testimonianze indipendenti ma coincidenti, c’è ancora, come dicevo, chi tenta di giustificare la repressione della “sovversione” sulla base del fatto che l’Argentina era flagellata dal terrorismo o addirittura di negare gran parte della repressione stessa ipotizzando che sia stato messo in atto un complotto contro i militari da parte dei peronisti e degli odiati difensori dei diritti umani. Forse si è esagerato sul numero totale delle vittime, ma quando c’è la certezza di almeno 15.000 casi, cambia poco che ce ne siano altrettanti dubbi. Il fatto stesso che uno stato decida, pianifichi e attui un’azione repressiva del genere contro i propri cittadini, che siano cento o che siano centomila, senza distinguere affatto fra terroristi e non terroristi, è comunque gravissimo e inaccettabile. Ecco perché, già nel 1985, durante il primo processo ai crimini dei militari, il pubblico ministero della Repubblica Argentina Julio César Strassera concluse la sua arringa finale con le parole “Nunca más!“, cioè “Mai più!”

Alfredo Astiz, uno dei responsabili principali della repressione alla ESMA. Condannato più volte all'ergastolo a partire dal 2011 per crimini di lesa umanità contro centinaia di persone.
Alfredo Astiz, uno dei responsabili principali della repressione alla ESMA. Condannato più volte all’ergastolo a partire dal 2011 per crimini di lesa umanità contro centinaia di persone.

Le foto che allego al post danno solo un’idea di che cosa poteva significare essere detenuti. Una costante delle testimonianze dei sopravvissuti è la dichiarazione che la tortura fisica era sì terribile, ma non era la cosa peggiore che subivano. Può sembrare strano, ma la detenzione stessa, caratterizzata da un continuo tentativo di annichilimento totale della persona e che, come accennavo, in media si protraeva per diversi mesi, fu vissuta da quasi tutti come un’esperienza anche più dolorosa e traumatizzante. Immagina di non sapere perché vieni sequestrato, di non riuscire a vedere niente oltre il cappuccio che hai sempre addosso, e quindi di non sapere dove ti trovi. Immagina di vivere in uno stato di angoscia continua, perché non sai mai che cosa succederà, se e quando ti tortureranno di nuovo, se e quando ti uccideranno. Tutto questo, per mesi. Evidentemente, gran parte dei sopravvissuti sono persone che hanno dimostrato di avere una capacità di resistenza enorme.

Lasciamo la ex-ESMA in uno stato d’animo strano. Siamo chiaramente colpiti da ciò che abbiamo visto, letto, e ascoltato. Ma alla tristezza si accompagna la conoscenza e l’esperienza unica che abbiamo vissuto. Niente ti dà la percezione della realtà di un fatto come il contatto diretto con gli oggetti materiali che sono stati parte di quel fatto. Quegli ambienti, preservati il più possibile per come erano alla fine degli anni ’70, non riescono proprio ad apparire come spazi vuoti. Basta infatti un piccolo sforzo dell’immaginazione per vederli pieni di detenuti, persone comuni, per sentire l’odore dei loro corpi, per percepire i segni della loro paura e della loro disperazione. Mi ricordo ancora il caldo afoso che si sentiva in Capucha a gennaio, in piena estate australe. Un ambiente davvero opprimente, con l’intelaiatura d’acciaio del tetto e gli spioventi che in molti punti ti impediscono di stare in piedi. La guida ci disse che d’inverno invece faceva piuttosto freddo. Mi ricordo bene il Sótano, oggi privo dei tramezzi che delimitavano le camere di tortura. Mi colpì il pavimento di mattonelle chiare, l’asetticità di quel luogo di dolore e di morte. Mentre torturavano le persone, un giradischi mandava sempre musica ad alto volume, per coprire le urla di dolore. La guida specificò che, secondo le testimonianze, c’era un pezzo che suonavano più spesso di altri, un pezzo famoso di un celebre gruppo rock inglese. Né io né altri del gruppo di visitatori abbiamo avuto il coraggio di chiedere alla guida il titolo del pezzo.

Il Casino de Oficiales è a un passo dalle strade pubbliche. Eppure ben pochi argentini sospettarono che là dentro stava succedendo qualcosa di strano.
Il Casino de Oficiales è a un passo dalle strade pubbliche. Eppure ben pochi argentini sospettarono che là dentro stava succedendo qualcosa di strano.

La visita alla ex-ESMA mi ha aiutato a sostituire le immagini confuse di fatti lontani in istantanee chiare di fatti vicini. Se ti capita di andare a Buenos Aires, ti consiglio di dedicare un paio d’ore a visitare il Casino de Oficiales presso l’Espacio Memoria y Derechos Humanos della ex-ESMA (Avenida del Libertador 8151, Ciudad Autónoma de Buenos Aires). È un passo importante verso la comprensione di un periodo drammatico, che ha segnato profondamente la storia e la cultura dell’Argentina. La consapevolezza e il ricordo del male passato servono a costruire un futuro buono. L’esperienza della ESMA e di centinaia di altri ex Centri Clandestini di Detenzione sparsi per tutto il paese, non può e non deve essere dimenticata. Condividi questo post e, se vuoi, lascia un commento via email (plostia@gmail.com).

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