Aristotle in Love?

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A giudicare dall’alto numero di pagine che le dedica nell’Etica Nicomachea, Aristotele sembra dare molta importanza a quella virtù che chiama philía. Solitamente tradotto nelle lingue moderne come “amicizia”, la philía aristotelica è in realtà un sentimento per molti aspetti diverso dall’amicizia per come questa viene comunemente concepita oggi. Philía è innanzitutto ammirazione per chi è virtuoso e nasce dal riconoscimento razionale delle virtù altrui. Si tratta perciò di un sentimento giustificabile in maniera oggettiva, del frutto di una scelta razionale consapevole.

La philía è un sentimento disinteressato, che in sé non si aspetta niente in cambio. Secondo Aristotele, ogni uomo può e dovrebbe cercare di essere virtuoso in modo da meritare la philía altrui. Tuttavia, non è detto che egli venga a sua volta ammirato da parte delle stesse persone che ammira, e nemmeno dovrebbe pretendere che ciò accada. La philía varia in intensità in base alla virtuosità della persona verso cui essa è rivolta. Siccome le persone veramente virtuose sono poche, la philía più intensa non può che essere rivolta verso poche persone.

Possiamo dire che la philía aristotelica è una forma ristretta di amicizia basata su un’ammirazione razionale che può anche diventare piuttosto intensa. Ovviamente, la philía è una virtù. La più importante nell’etica aristotelica, insieme alla giustizia.

Invece, secondo Aristotele, l’amore (éroos) non è una virtù. Non può esserlo perché non è guidato dalla ragione. Per Aristotele, le virtù etiche (come la philía) rappresentano i gradi medi dei sentimenti e delle disposizioni della parte desiderativa dell’anima umana. La parte razionale dell’anima ha il potere di regolare e moderare questi sentimenti attraverso virtù “dianoetiche” come la ragione.

Ma l’amore, dice Aristotele, è “come un eccesso” di philía, e dunque è irragionevole. Il filosofo sottolinea la distanza fra éroos e philía mettendo in evidenza il fatto che in nessun caso è possibile amare più di una persona nello stesso tempo. È nella natura dell’amore essere rivolto a una sola persona alla volta. Invece è possibile, e piuttosto comune, provare philía per diverse persone contemporaneamente, anche se magari con intensità diversa in base alla persona.

L’amore dunque non deriva da una scelta consapevole (e tanto meno razionale) e non è giustificabile sulla base della virtuosità della persona amata. Inoltre, fatto molto importante, esso non è disinteressato: éroos pretende sempre éroos in cambio.

Ma, se non sono le virtù, allora che cos’è che accende l’amore? Aristotele non dà una risposta chiara a questa domanda. Quando dice che éroos è un eccesso di philía, da un lato sembra sostenere che chi ama può ben percepire l’amato come virtuoso, dall’altro, sembra suggerire che chi si lascia andare all’amore si espone all’errore. L’éroos sembra essere un’illusione; una malattia della percezione; una pretesa ingiustificata; un vizio; un veleno per l’anima razionale. Nell’etica della moderazione di Aristotele non c’è posto per l’amore.

Tuttavia, Diogene Laerzio nel suo Vite e dottrine dei più celebri filosofi ricorda che Aristotele parla anche della philía come di “un’anima sola che abita in due corpi”, e in questa definizione, più degna di un poeta che di un filosofo, la philía sa molto di éroos. Lo stesso Diogene sostiene che Aristotele ammette la possibilità che il sapiente possa innamorarsi (erasthéesesthai) e tuttavia condurre una vita felice.

Diogene parla spesso di Aristotele come di un uomo degno di grande philía e in grado di riconoscere e ammirare le virtù degli altri. La testimonianza più evidente è un commosso componimento poetico funebre che Aristotele scrisse in onore di Ermia, un ex compagno di studi all’Accademia di Platone, che divenne poi un uomo politico illuminato e fu ucciso a tradimento dai Persiani. Questo componimento fu in seguito la causa ufficiale dell’accusa di asébeia (empietà o blasfemia, ovvero mancanza di rispetto per gli dei) che costò ad Aristotele l’esilio da Atene, il quale, a sua volta, forse contribuì in qualche modo alla sua morte, avvenuta pochi mesi dopo. Vale dunque la pena di riportare il carme per intero:

Virtù, che tanti affanni arrechi alla stirpe mortale,
che sei la preda più bella della vita,
per la tua bellezza, o vergine, sia morire
sia sopportare fatiche immani e incessanti
è una sorte invidiabile nell’Ellade:
tale è il frutto che immetti nella mente,
pari agli immortali e migliore dell’oro,
dei genitori e del sonno che ammollisce lo sguardo.
Per te, in effetti, anche il divino
Eracle e i figli di Leda
sopportarono molto nelle imprese,
andando a caccia della tua potenza;
e per brama di te Achille e Aiace
si recarono alle sedi di Ade;
per la tua amata (philíou) bellezza, poi, un figlio
di Atarneo si privò della luce del sole.
Pertanto, degno di essere celebrato per le azioni
e immortale lo canteranno le Muse,
figlie di Mnemosine, esaltando
la maestà di Zeus Ospitale,
e il privilegio di un affetto (philías) certo.1

La motivazione ufficiale dell’accusa di empietà fu che, con questi versi, Aristotele avrebbe paragonato Ermia a un dio, peccando così di blasfemia. Gli storici hanno supposto che, in realtà, questo fu solo un pretesto che certi ateniesi anti-macedoni usarono per attaccare lo straniero Aristotele, supposto filo-macedone, approfittando della morte recente di Alessandro.

In ogni caso, il componimento contiene alcuni indizi importanti per capire come Aristotele vivesse la philía, e lascia spazio a qualche suggestione a proposito dell’éroos.

La virtù (aretée) è paragonata a una vergine bellissima che i migliori fra gli uomini desiderano possedere. Essi sono disposti a sopportare fatiche enormi e addirittura la morte pur di catturare questa magnifica preda. Ermia è morto in nome della virtù e perciò è degno di lode immortale. Sia la virtù sia Ermia sono certamente degni di philía, dice Aristotele.

Eppure, la brama e l’attaccamento che, secondo Aristotele, il saggio proverebbe per la virtù anche a costo della morte, sembrano indicare qualcosa di più che ammirazione. Le parole di Aristotele suggeriscono un sentimento molto più intenso. Forse, il più intenso di tutti. Certo, a noi moderni (e post-romantici), viene in mente senza sforzo un amore che conquista l’anima. In nome di che cos’altro, infatti, saremmo mai disposti a rinunciare a tutto: alla ricchezza, ai familiari, al riposo, alla vita? Quanto è lontano il sistematico, moderato, razionale filosofo degli scritti esoterici da quest’uomo affranto e indignato per la sorte dell’amico; da questo Aristotele innamorato della virtù bella come una vergine!

Ma quale fu il rapporto di Aristotele con le donne, quelle in carne e ossa?

Diogene Laerzio ci racconta che Aristotele si innamorò (erasthéenai) di una concubina di Ermia. Ermia gliela concesse in sposa e Aristotele fu così felice che le offrì ripetutamente dei sacrifici, come se fosse una dea. Altre testimonianze, invece, raccontano che Aristotele sposò Pizia, una parente stretta di Ermia (non si sa se fosse la nipote, la figlia oppure la sorella), quando questi era già morto.

È interessante notare la differenza fra queste due versioni. Nel primo caso, Aristotele appare come un insensato che perde la testa al punto da riservare all’amata un trattamento da dea. Nel secondo caso, invece, appare più come un uomo mosso da compassione e pietà per una donna in lutto (oltre che, forse, da rispetto per una disposizione testamentaria)2. Il profumo dell’éroos è evidente nel primo caso, mentre quasi non ve ne è traccia nel secondo.

Il testamento di Aristotele può aiutarci a fare luce. Infatti, egli fa riferimento a Pizia, disponendo che il corpo di questa venga deposto accanto al suo. Inoltre, raccomanda ai suoi compagni e amici di prendersi cura generosamente di una certa Erpillide in ragione della “stima” (dóxa) che la donna gli aveva dimostrato. Dispone dunque che costei riceva denaro, schiavi e un luogo dove vivere, arredato come lei preferisca.

Dunque Pizia era morta e le parole di Aristotele fanno pensare che fosse stata sua moglie. Di conseguenza, Erpillide potrebbe essere l’ex-concubina di Ermia, che poi divenne concubina di Aristotele. Oppure potrebbe trattarsi di una terza compagna, che Aristotele conobbe dopo la morte di Pizia.

Di fronte a queste testimonianze poco chiare e in parte contrastanti, possiamo azzardarci a fare alcune ipotesi.

Forse, mentre viveva presso Ermia, Aristotele si innamorò di una concubina di costui. Poi però, spinto dal suo senso del dovere, sposò Pizia. Forse, col tempo, imparò ad amare quest’ultima e si dimenticò della concubina. Alla morte di Pizia, conobbe Erpillide e stabilì con lei un legame caratterizzato da niente più che affetto e stima reciproci (philía), conservando nel cuore il suo amore (éroos) per Pizia.

O forse Erpillide era proprio una concubina che Ermia gli aveva donato. Dopo il matrimonio con Pizia, Aristotele tenne Erpillide come amante, magari in segreto. Forse, dopo la morte della moglie, il rapporto erotico fra i due continuò, ma un Aristotele preoccupato della propria reputazione non ritenne degno esplicitare i suoi veri sentimenti (éroos) nel testamento, e giustificò le sue donazioni a Erpillide sulla base della stima (una sorta di philía, dunque) che costei gli avrebbe dimostrato.

Probabilmente non sapremo mai come siano andate veramente le cose. È anche possibile che la tradizione abbia volutamente omesso, o quantomeno confuso, certi particolari piccanti che avrebbero potuto “infangare” l’immagine del Filosofo, specialmente a partire da quando, in epoca medievale, la filosofia di Aristotele fu eletta a fondamento della teologia cristiana.

Mi piace pensare che, come filosofo, Aristotele sentì il dovere morale di controllare e giustificare i propri sentimenti con la ragione, privilegiando, coltivando e raccomandando la philía; ma che, come uomo, egli non si sia negato i piaceri “irrazionali” e “contraddittori” dell’amore (éroos). Egli dovette sentire i conflitti interni fra la parte razionale e la parte desiderativa della sua anima. Come tutti, soffrì ed ebbe dubbi. Mi piace immaginare che decise di affrontare le sue ansie e le sue debolezze attraverso la riflessione, la scrittura e l’insegnamento. Egli analizzò, scompose, catalogò, giustificò. Capì razionalmente la differenza fra un sentimento che consiste nell’ammirare e nel dare in maniera disinteressata, nella speranza di ricevere a sua volta, ma senza pretese; e un sentimento che invece può condurre ad attaccamento materiale, geloso possesso e pretese ingiustificate. Distinguendo fra philía ed éroos, Aristotele distinse fra una disposizione dell’anima che libera e gratifica e una che invece rischia, quanto meno, di imprigionare e di abbruttire.

Alla luce di tutto ciò, in generale, Aristotele scelse la moderazione. Non abbiamo motivo di pensare che abbia condotto una vita dissoluta e immorale, in contrasto con l’etica che esprime nei suoi scritti. Ma non abbiamo nemmeno motivo di pensare che non fosse sensibile alla dolcezza e al fuoco dell’amore, e che abbia rinunciato a lasciarsi andare agli effetti di questo phármakon (termine che in greco può significare “medicamento”, “rimedio”, “pozione magica” oppure “veleno”).

Ma, oltre che scegliere la moderazione per sé, Aristotele scelse anche di promuoverla e di insegnarla agli altri. Dell’amore, invece, parlò poco ma quasi sicuramente non se ne privò, anche se apparentemente lo visse con discrezione, ricordandosi però di chi aveva amato anche nelle sue ultime volontà.

Forse, se potessimo interrogare direttamente Aristotele sull’amore, egli cercherebbe di spiegarci che talvolta la parte nutritiva dell’anima (la quale, ci direbbe, rende l’uomo troppo simile all’animale e che quasi non è degna di essere indagata filosoficamente) fa sentire la sua sete; magari di notte, mentre si è preda di sonni agitati da visioni inconfessabili. E che, al risveglio, l’uomo (un uomo in generale, ma di certo non lui, Aristotele) potrebbe percepire come una certa “secchezza” dell’anima e del corpo e potrebbe sentire il desiderio di lasciarsi andare all’amore ristoratore, credendo (in quel momento di passaggio in cui si riemerge alla vita cosciente senza essere coscienti del tutto) che in realtà l’amore non sia qualcosa che abbassa l’uomo al livello della bestia ma, al contrario, qualcosa che lo innalza dalla sua natura bestiale. Aristotele cercherebbe di spiegarci che, in quell’attimo, l’uomo potrebbe anche avere (ahimè!) la sensazione che l’amore non sia altro che trepidazione sana e vitale, che emerge dalla parte nutritiva dell’anima e permea la parte desiderativa, senza per questo recare danno alla parte razionale. Per fortuna, concluderebbe il filosofo, una volta che ci si alza dal letto, queste sensazioni e questi strani pensieri tendono a svanire (sia lode a Lete!) e l’uomo virtuoso si prepara ad affrontare un’altra giornata di lavoro, libero da turbamenti di questo genere, guidato in pensieri e azioni dalla luce della ragione.

O forse, il Filosofo non si degnerebbe di risponderebbe alla nostra domanda, e terrebbe per sé il fatto che talvolta anche a lui, che pure è così virtuoso, capita di percepire la propria anima in tumulto ed egli ne è turbato, lieto e sorpreso nello stesso tempo.

Sia stato come sia stato, per ironia della sorte la moderazione che Aristotele scelse dichiaratamente di abbracciare non lo mise al riparo da critiche. Infatti, fu costretto all’esilio proprio per aver espresso in maniera giudicata inopportuna quella che, ai suoi occhi, era “solo” philía! Il che la dice lunga sul fatto che, quando qualcuno si mette in testa di farci del male, a niente vale l’aver cercato in tutti i modi di evitare gli eccessi e di apparire virtuosi. Tanto vale allora concedersi anche, nel privato, un po’ di sano piacere irrazionale.

Immagino Aristotele, mentre fugge da Atene, nascosto dalla foschia dell’alba, pieno di tristezza e risentimento. Arranca su un mulo verso una baia poco distante dove alcuni amici lo attendono con una barca. Lo immagino mentre salpa verso la vicina Calcide, lasciando l’Attica e il suo Liceo per sempre. Lo immagino che piange, rabbiosamente. Poi, all’improvviso, pensa a Erpillide, che forse non sa ancora niente e lo aspetta a Calcide per il fine settimana. Sorride, si siede su una panca, lascia scorrere per un po’ lo sguardo sull’Egeo del colore del vino, tira fuori dalla borsa un taccuino e si mette a scrivere. Sull’amore o sulla sostanza, non è importante.

1 Traduzione a cura di Giovanni Reale, Giuseppe Girgenti e Ilaria Ramelli.

2 Dato che Aristotele, nel suo testamento, dispone che sua figlia vada in moglie a un suo amico, possiamo immaginare che anche Ermia potesse aver disposto in maniera simile. Una sorta di matrimonio “combinato”, insomma.

Moseley, Alexander. 2010. “Philosophy of Love”. Internet Encyclopedia of Philosophy. http://www.iep.utm.edu/love/ .

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